Mafe de Baggis

una che lavora per rendersi superflua

#lavoltabuona (cit)

Posted on | June 26, 2014 | 1 Comment

“Questa volta vinciamo”
(Viva la libertà, Roberto Andò)

C’è un’Italia che scopri solo girandola e non assomiglia molto né a quella raccontata dai media né a quella vissuta da chi la abita: un paese – migliaia di paesi – fatto di passione, emozione, spirito, sapienza, intraprendenza e tanta, tanta paura di stare sbagliando tutto che però non impedisce di agire. È un’Italia che ancora non ci crede, ma ci prova lo stesso. Una Destinazione Umana, non a caso il nome di un progetto nato oggi.

Girando molto e molto osservando tra Cagliari, Trieste, Ischia, Trento, Costigliole D’Asti e Gavi trovo tante cose in comune: cibi e vini che non conoscevo e che non c’entrano molto con quello che crediamo essere “cucina italiana”, la convinzione di essere gli unici rimasti indietro, il dispiacere per essere ostacolati da chi potrebbe almeno stare fermo, la felicità di scoprire che il mio entusiasmo è sincero anche se non sono per niente di bocca buona, anzi.

In ogni posto in cui vado va in scena la stessa sceneggiatura:

“Qui siamo indietro”
“Lo dite tutti ovunque vado”
“Qui non ci aiutano”
“Lo dite tutti ovunque vado”
“L’erba del vicino è sempre più verde”
“Il vicino sei tu :-)

Lo stupore delle sorelle Poggio per quel turista che su Booking ha scritto che il materasso è molle non c’entra niente con Booking o con le recensioni, è proprio stupore e anche un po’ di ilarità, di quella che tra sorelle scatta a volte per DNA ma che include gli ospiti, almeno quelli che hanno dormito bene (su ottimi materassi, con lenzuola da urlo, in una casa vera, con un panorama da impedirti di leggere e una cucina aperta sul serio che sforna quello di cui hai voglia, senza menu).

L’eleganza di Marianna, che leggo da anni e ho ri-conosciuto in ogni gesto, e la verve di Fiammetta che ride e ti mangia di sorrisi che ritrovi in ogni dettaglio della sua casa che sta diventando un b&b; registe impeccabili di una giornata per me lunga e faticosa, ma non per le cuoche vere, sia quelle che ci hanno insegnato sia quelle che hanno aspettato che la marmellata di pere fosse pronta (e io sconfitta coi piedi a melanzana già dopo un’ora :-)

La sorpresa di scoprire le persone che danno vita a storie che ami: cenare da I Bologna e scoprire che sei in casa Braida, un po’ come quando a cena ad Alba ho scoperto che la gentile signora di cui mi ero innamorata a prima vista era la figlia di Fenoglio. La cena con le donne del vino, che dietro tutto questo mondo ci sono loro, ci siamo noi, in cucina, dietro le quinte, a fare impresa. Come Violetta, che non solo ha 84 anni e da 50 anni regna in cucina ma lo fa in un ristorante che ha creato lei dopo essere rimasta vedova a 40 anni con due figli: terre di donne che lasciano la scuola, dissodano campi, creano imprese, fanno cibo, bûnet, vino, figli, cani, gatti e patrimoni dell’umanità.

C’è questa Italia che non è più solo romafirenzevenezia ma ancora non lo sa: quasi sempre l’energia nasce da piccoli gruppi agguerriti che fanno succedere le cose, ma a volte anche dalle istituzioni che decidono di farsi raccontare da altri cosa sta succedendo. E quello che sta succedendo è semplice: per una volta ce la possiamo fare, lo sappiamo fare, guarda mamma, lo stiamo facendo.

Paid media, paid work

Posted on | May 21, 2014 | 3 Comments

Il post precedente ha scatenato un putiferio che non mi aspettavo, anche perché pensavo che questo tema fosse ormai digerito; come noto, mi sbagliavo e la portata della conversazione mi ha fatto venire voglia di aggiungere un pezzettino anche perché, come scrivevo su Twitter:

Molti hanno pensato che il mio post fosse una critica a chi decide di vendere la sua presenza online nei modi che preferisce e preferisco chiarirlo qui: io critico chi lo fa male e ho un gran rispetto per chi lo fa bene. Come sintetizzavo su Facebook:

le markette tutte uguali fanno male a tutti, i progetti ben fatti fanno bene a tutti. Se qualcuno parla bene del mio prodotto perché l’ho coinvolto sono digital PR, se qualcuno mi aiuta a comunicare il mio prodotto perché lo pago è product placement o content marketing, se compro banner su un blog che li vende è pubblicità. Un blogger professionale non accetta di partecipare a campagne lontane dal suo stile, un’agenzia/azienda seria non chiede a chi parla di scarpe di piazzare un post sulla crema per le emorroidi. Non si comprano i pareri positivi (e neanche si vendono). #bigino

Come molti aspetti del lavoro di comunicazione non mi sembra esattamente fisica quantistica, eppure si fa ancora tanta confusione, infatti c’è chi denuncia il mancato pagamento dei pareri e chi cerca di avere gratis contenuti creati su ordinazione. La distinzione non è difficile: se ti uso come medium devo tenere separata la pubblicità dal contenuto (o almeno evidenziarla), se uso il tuo lavoro come professionista ti pubblico altrove o se usi i tuoi canali ti chiedo di evidenziare che stai lavorando per me.

Proviamo a fare un esempio: se ti invito a una serata e tu sei libero di venire o non venire, di raccontarla o meno, insomma, fai quello che meglio credi in base al tuo giudizio, alla voglia che hai e a quello che pensi possa interessare a chi ti segue, beh, in quel caso si chiamano digital PR e ognuno si regola come crede. Stesso discorso se ti mando un libro, un telefono, una bottiglia di vino, un uovo di Pasqua o un paio di scarpe: chi le riceve non ha nessun obbligo e un PR bravo non pretende niente, né tanto meno lo mendica.

Se ti invito a una serata e ti chiedo di essere lì mezz’ora prima, di fare una decina di tweet tutti con hashtag o link, di scattare almeno dieci foto e pubblicare un post entro domani in cui racconti le cose più interessanti successe, beh, si chiama lavoro. Io lo pago e suggerisco ai miei clienti di pagarlo, preferibilmente in euro. È chiaro che c’è un confine scivoloso, è chiaro che spesso il bene donato o prestato ha un valore o che spesso ci si sente obbligati per gentilezza, simpatia o buona educazione. Non stiamo parlando di mondi rigidamente separati e soprattutto sono mondi che si confonderanno sempre di più. In linea di massima però ci sono io da un lato che cerco di farti venire voglia di fare delle cose per me e se ci riesco sono brava, ma se ci riesco sei tu dall’altro lato che hai voglia di farle e nessuna costrizione. Come scrive Flavia Rubino:

non mancano solchi profondi anche nella mente degli attori della rete (o blogger o influencer o come abbiamo deciso di chiamarli), e questi li capisco meno, per esempio:  se scrivi qualcosa di un progetto branded ed è pagato, è ok, stai monetizzando, lo stai facendo bene, mentre se scrivi spontaneamente per la voglia di raccontare qualcosa di valore che ti ha colpito, ti stanno manipolando e stai regalando il tuo tempo.  Questa banalizzazione da sola varrebbe una collana di post.

Tornando ai nostri blogger, earned o paid che siano: a me fa solo piacere che si stia finalmente creando un ecosistema di pagamenti per ricompensare chi ha lavorato bene e spero che siano sempre di più, sempre più trasparenti, con sempre più progetti personalizzati e sempre meno markette copiaeincollate. Io preferisco lavorare sulla copertura spontanea dei prodotti dei miei clienti, ma è solo perché amo le missioni impossibili :-)

PS: nel frattempo ho scovato un altro Tumblr: “la risposta dei blogger a Campioncini

PPS: per approfondire il tema leggi “Come guadagnano i blogger ” di Paolo Ratto 

E anche i blogger sono ormai un paid medium

Posted on | May 20, 2014 | 11 Comments

Nell’ottobre 2007 scrissi un post su Maestrini per caso che si chiudeva così:

“Questo blog è uno spazio personale e non sarà mai in vendita, neanche per il miglior tramezzino del mondo. Chi vuole vendere il suo blog e la reputazione con esso guadagnata, è liberissimo di farlo, ma per favore, non mettetemi (non metteteci, che il Maestrino sottoscrive) nello stesso campo da gioco.”

Se ne parlò molto e molti pensarono che io fossi spinta da etica e da idealismo, che sono anche importanti ma nel caso specifico c’entravano poco. Lo si pensa spesso di chi non si (s)vende e la breaking news è che spesso chi lo fa vuole vendersi meglio, tutto qui. Io, almeno, lo faccio per quello: non sputtanarsi, nel medio/lungo periodo, paga.

Qualche mese prima, a un BarCamp, avevo espresso la mia preoccupazione sulle conseguenze di una professionalizzazione dei blog; l’intervento si chiamava “La kryptonite dei social media” e la mia tesi era abbastanza semplice:

Più valore per tutti?
Nel momento in cui un blogger gode delle ricadute positive della sua passione, del suo impegno libero e disinteressato, della sua generosità, l’intero sistema ne guadagna e niente viene sottratto alle dinamiche virtuose delle community (di tutte, non solo quelle blog based).
O più valore per me?
Nel momento in cui un blogger perde la sua libertà perché agisce in vista di un fine, esce dall’economia del dono ed entra nell’economia di mercato: il suo scopo non è più il divertimento o la riflessione o la scrittura [il passo], ma [la meta].

Chi esce da una dinamica sociale per entrare in una editoriale cambia a tutti gli effetti campo di gioco.
L’’abbandono dell’economia del dono determina:
- responsabilità (anche in termini di aspettative)
- asimmetria sociale (i propri interlocutori si trasformano in “audience” e non riescono più a ricambiare con la propria competenza quella messa a disposizione, interrompendo la
crescita di valore del sistema).

Anche in quel caso venni presa da molti per un’idealista un po’ fuori dai veri giochi di soldi e potere: la professionalizzazione dei blogger sembrava inevitabile, se non desiderabile. Sette anni dopo i blog sono testate di serie B (se non C), i blogger quando va male mendicano campioncini e quando va benino vendono la loro “influenza” un tanto al chilo. Solo pochi sono riusciti a entrare appieno in una dinamica editoriale e ci sono riusciti prendendosi appieno la loro responsabilità di informare/intrattenere i lettori e di creare valore per gli inserzionisti, ancora meno sono riusciti a restare in una logica puramente sociale in cui la notorietà e la reputazione non sono merci di scambio diretto ma servono a migliorare il proprio valore di mercato come professionisti.

(Qualcuno, pare, si diverte ancora a scrivere :-)

Qual è la conseguenza di tutto questo per le aziende, cioè per i miei clienti? La principale conseguenza è che sempre di più gli influencer, esattamente come Facebook, sono diventati un medium a pagamento. Se paghi, però, cambi campo da gioco: ottieni con maggiore facilità obiettivi numerici importanti, ma o sei costretto a barare (violando le norme che impongono di dichiarare esplicitamente che un parere è stato comprato) oppure, esattamente come nel 2007, esci dall’economia del dono ed entri nell’economia di mercato. Hai l’illusione di comprare “peer influence” ma stai comprando uno spot a due dimensioni (un post, ah ah): non stai facendo digital pr, non stai facendo social media marketing, stai comprando spazi pubblicitari.

Niente di male, sia chiaro, anzi: l’importante però è saperlo :-)

Luminol sneak preview

Posted on | April 10, 2014 | 2 Comments

Siamo tutti mutanti, io poi sono pure troppo alta

Posted on | March 30, 2014 | 1 Comment

Ero credo in seconda media o giù di lì quando la mia migliore amica dei tempi mi disse che spesso era a disagio con me perché ero “diversa”. Io pensai che si riferisse alla mia altezza (ero già un metro e ottanta in una città in cui l’altezza media delle dodicenni era un metro e cinquanta) e invece no, stava per iniziare un tormento che mi avrebbe accompagnato tutta la vita, un po’ un superpotere ma alla X-Men. “Sei diversa perché sai cosa vuol dire boicottaggio”, mi disse (erano i tempi delle Olimpiadi di Mosca, qualche anno dopo Sting avrebbe cantato Russians, il Muro di Berlino era ancora bello su, ero innamorata di Miguel Bosé).

Da piccola ho fatto molta fatica ad accettare che c’erano cose che molti altri non sapevano; sono nata e cresciuta convinta che tutti sapessero, vedessero, capissero quello che sapevo, vedevo, capivo io.

“In che senso non sai cosa vuol dire boicottaggio?” le risposi.
“Ecco, vedi?” mi disse lei.

Anni e molti libri dopo, ovviamente, ne ho fatto un mestiere. Per anni ho sfruttato questa capacità di scoprire e imparare linguaggi (e nozioni) scrivendo per conto terzi come se fossi loro (lo chiamano “lavorare nella comunicazione”), da qualche anno ci aggiungo pensieri miei (che risultano spesso strampalati ai più) e li pubblico o li racconto in pubblico.

Ecco, ancora più che scrivere, questa cosa di parlare in pubblico mi piace assai, mi piace dagli esami universitari, mi piace pensare parlando, mi piace pensare a cosa devo dire e mi piace cambiarlo mentre lo dico. Mi piace che praticamente sempre nelle ore precedenti a un mio intervento succede qualcosa che mi fa capire come iniziare, mi piace improvvisare guardando le persone che ho davanti, mi piace la sensazione di pensare insieme a loro.

La sensazione è un po’ quella che ho descritto in questo tweet:

 

Una sensazione bella perché eccitante e leggermente spaventosa, quell’attimo in cui stacchi i piedi da terra e chiudi gli occhi e sei in aria e poi l’acqua, il costume che sfila via, due bracciate, la luce in alto, uscire e riprendere aria e contatto con una realtà in cui non voli.

Non ho mai paura prima, ho spesso paura dopo: la bambina in me, quella che indovina spesso il ritmo del discorso, continua a pensare che so tutto e che tutti sanno tutto e che quindi era tutto perfettamente chiaro, ma io adesso so benissimo che qualcuno non avrà capito, che molti si saranno annoiati, che qualcuno mi avrà odiata, che qualcuno mi avrà apprezzata per le ragioni sbagliate, che molti spesso capiscono quello che volevano loro e me lo attribuiscono, magari in un tweet.

La paura dopo non è un deterrente, soprattutto adesso che grazie al live twitting (qui per esempio tutti i tweet di #iloveischia) posso verificare quanto spesso e quanto bene arrivano molte cose che dico e che a volte sono anche utile a qualcuno. Soprattutto lavorando con gli operatori turistici sto cercando di affiancare al racconto di quello che so la pratica di quello che so fare, proprio mettendoli intorno a un tavolo con carta e penna (o tablet, se ce l’hanno). È quello che faremo a Trento durante TravelNext settimana prossima: passare dalle intuizioni (lo storytravelling) alla pratica, soprattutto esercitandoci a tuffarci e nuotare in un flusso di contenuti, proposte e risposte, sintonizzandoci con chi non ci sta di fronte fisicamente ma proprio per questo è molto più leggibile.

Ho imparato molto, negli ultimi anni, soprattutto da Marco Zamperini, ed è anche per lui, per continuare il suo instancabile lavoro di divulgazione, che cerco di far fare un passo indietro a quello che a me piace raccontare e di mettere in scena quello che può essere utile a chi mi è venuto a sentire. Solo dopo ho capito quanto aveva ragione  nel dirmi di non avere paura di ripetere sempre le stesse cose, di semplificare il linguaggio, di dire cose che a me sembravano scontate, come se lui vedesse ancora molto bene la ragazzina che non capiva in che senso non sai cosa vuol dire boicottaggio. Io ci sto provando, se chi mi ascolta ha dei consigli, delle richieste, delle critiche io sono qui, perché a me raccontare quello che so e quello che ho imparato piace e vorrei farlo sempre meglio.

Non è mai troppo tardi

Posted on | February 20, 2014 | No Comments

Prendendo spunto da “Inventare Twitter” di Nick Bilton io, Barbara Sgarzi, Luca ContiMarco Mazzei abbiamo fatto una bella chiacchierata alla Social Media Week sul passato, il presente e il futuro dei social media e in particolare del loro destino una volta acquisiti o quotati.

A pochi giorni di distanza ecco la spettacolare acquisizione di Whatsapp da parte di Facebook, ed eccoci a sperare che Facebook la tratti meglio di Friendfeed o di Instagram e insieme pronti a sperimentare e anche a inventare qualcosa di completamente nuovo.

Come ricordava Barbara Sgarzi in chiusura, infatti, la storia ci ha dimostrato che nel digitale i giochi dell’innovazione non sono mai chiusi e che non dobbiamo mai arrenderci e pensare che tutto è già stato inventato, anzi. Oggi siamo in una situazione bizzarra, con i protagonisti del digitale che sembrano già vecchi, lenti e burocratici e tantissimo spazio per proposte nuove e diverse.

Per finanziarle non c’è solo il venture capital tradizionale, strada non adatta a tutti: mesi fa per esempio vi avevo annunciato il mio coinvolgimento nel progetto Edison Start, un premio che mette in palio 100.000 euro per il progetto più interessante in tre categorie meno battute del solito: energia, sviluppo sociale e culturale e smart community.

Siete ancora in tempo per presentare un progetto e approfittare dei consigli della rete e dei tutor Edison per migliorarlo, in attesa della selezione dei finalisti che avverrà ad aprile. Ricordate: non è mai troppo tardi per un’idea nuova o per migliorarne una che ti sembra vecchia, pensate a Whatsapp e a Twitter, entrambe partite dagli sms. E guardando questo tweet pensate da quanto tempo è che ripeto le stesse cose :-)

 

Pleens per chi viaggia

Posted on | February 11, 2014 | 3 Comments

Un anno fa la motivazione principale per cercare i fondi per Pleens era la possibilità di costruirmi da sola la piattaforma che desideravo come professionista. Non avevo ancora capito che in realtà stiamo lavorando per ottenere lo strumento che desidero come viaggiatrice. “La piattaforma di pubblicazione e il navigatore di ricordi che vorrei”, scrivevo; oggi, dopo il viaggio in Norvegia dell’estate scorsa, aggiungo “il suggeritore di itinerari in tempo reale”.

L’on the road viziato

Facciamo un passo indietro: ho sempre adorato i viaggi itineranti, meglio se in macchina. Il primo è stato in Australia, era il 1999 e avevamo comprato tutto in Italia, o meglio, un’agenzia viaggi specializzata aveva prenotato tutto dall’Italia. Voli, ovviamente, ma anche alberghi, escursioni, auto a noleggio e simili. Avevamo un itinerario dettagliatissimo e molto rassicurante: penso che per molti, ancora oggi, sia il modo migliore di viaggiare, anche se, per esempio, il pomeriggio dedicato a Shell Beach è arrivata l’ultima zampata del fuso orario e me la sono dormita in albergo, la spiaggia di conchiglie.

Saint Malo

Un salto di qualche anno, la reazione all’iperprenotazione: Taranto-Barcellona-Andorra-Bretagna, in macchina/traghetto/macchina. 2005. Prenotazioni: una. Per qualche strano motivo credevo che in Bretagna nella seconda metà di agosto ci fosse poca gente, da pugliese pensavo piove, chi mai ci andrà. La faccio breve: prima di capire cosa fare, dopo qualche giorno tra pensioncine pulciose, orrendi hotel anonimi e un colpo di fortuna, una gentile signorina alla reception di un hotel bellissimo mi dice “nous sommes complètement complet” e capisco che presentarsi albergo per albergo all’ora di cena non avrebbe mai funzionato. A quel punto avevo due possibilità: o pensare che non si poteva viaggiare così o cambiare strategia. Per fortuna abbiamo scelto la seconda :-)

Nell’on the road viziato ci sono sempre modi per combinare la serendipity della scoperta dei luoghi con la necessità di trovare senza impazzire un bel posto dove dormire e mangiare. In Bretagna, per esempio, anche in era pre-smartphone, era semplice: se volevi stare tranquillo prenotavi la tappa successiva da un Internet Caffè, se volevi rischiare bastava presentarsi alle reception intorno alle 18, ora in cui scadevano le opzioni. Tutto qui, basta saperlo: quello che mi colpisce è che con tanti consigli di viaggio nessuno divulghi mai informazioni simili.

Perché è così importante la serendipity, cioè la scoperta semicasuale di qualcosa che non stavi cercando? Perché complicare un viaggio che potrebbe essere una semplice check list dei posti belli da vedere in zona con alberghi più o meno comodi? Non so se sono strana io, ma già nel 2009 scrivevo in Viaggi in Rete* (qui il capitolo completo)

“non sono mai riuscita a leggere una guida turistica prima di arrivare sul posto: è come se avessi bisogno di respirare l’aria di un luogo, di capire che luce c’è, di seguire una corrente invisibile che mi fa capire dove voglio veramente andare”

Non è solo un approccio diverso, magari un po’ romantico: è che in un viaggio le circostanze esterne, gli umori, gli istinti del momento sono importantissimi, se piove e sono pigra farò scelte diverse da quelle migliori per una giornata di sole ed energia, programmare tutto è un rischio. Sempre in Viaggi in Rete scrivevo già anni fa:

“i social media e i media digitali in genere ci hanno reso acutamente consapevoli di quanto possa essere poco interessante, dal punto di vista del viaggiatore, la realtà geografica oggettiva.”

Non credo di essere l’unica a pensarla così: secondo una ricerca PhocusWright “one in five hotel stays during U.S. road trips are unplanned and booked from the road”. Siamo nel 2014, abbiamo gli smartphone, un collegamento dati quasi ovunque (costi a parte) e centinaia di strumenti per scegliere strada facendo, senza dover decidere tutto mesi prima. Quindi tutto bene?

Abbiamo tutto quello che ci serve per viaggiare?

Assolutamente no. Gli strumenti che abbiamo – mappe, sistemi di prenotazione, recensioni, giudizi, consigli – sono ancora acerbi e spesso ci complicano il viaggio, spingendoci a fare scelte sbagliate. L’estate scorsa in Norvegia ho deciso di impegnarmi per usarli al meglio e, con tanti errori, ho scoperto un po’ di cose che stanno finendo tutte nel “Pleens design” e che comincio a raccontare qui perché Paolo Faustini, in partenza per la nuova Zelanda, mi ha chiesto un po’ di consigli.

Prima di tutto, il momento “vecchia zia”: per quanto amiate il caso, il rischio e l’improvvisazione prenotate sempre le prime due notti di albergo nella vostra prima destinazione, e sottolineo albergo: anche se il viaggio è breve o comodo o semplice vi sconsiglio soluzioni alternative come Airbnb o b&b, qualunque cosa richieda un appuntamento e un rapporto umano più impegnativo di capire il numero della stanza. Arrivate in una città nuova, spesso in una nazione diversa, magari in un altro continente e su un altro fuso orario: l’avventura vera e propria inizia la mattina dopo ed è importante che siate in forma per cogliere tutti i segnali e decidere le prossime mosse.

In estrema sintesi, ecco la triangolazione ideale: TripAdvisor per l’elenco completo, Booking (o simili, ma io amo Booking) per le prenotazioni, le app locali (se ce ne sono) e la narrativa locale per un minimo di contesto e per favorire il desiderio. Un buon navigatore software che non richieda collegamento dati (io uso Sygic), Airbnb a completare, considerando però che se la soluzione scelta non è in “instant book” dovrete per forza prenotare qualche giorno prima.

1) TripAdvisor non è molto affidabile per le recensioni perché il set di giudizi medi di migliaia di persone difficilmente coinciderà con il vostro in quel momento. TripAdvisor è però preziosissimo perché vi aiuta a snidare quegli alberghi (o simili) che Booking non mette in evidenza e perché – anche se non sempre – vi dà informazioni di base che spesso sono difficili da trovare sui siti ufficiali (giorni di chiusura, numeri di telefono, orari). Ultimo motivo: la bussola (Point me there) di TripAdvisor è una delle più belle applicazioni di “Keep it simple, stupid” mai vista, mi chiedo perché non sia più in evidenza.

2) Booking funziona bene da smartphone, da tablet e da desktop, è velocissimo e molto chiaro sulle diverse tipologie di camere; prenotare e cancellare una prenotazione è facilissimo, anche se può valere la pena fare una telefonata per prenotare direttamente (magari facendolo presente al checkin: la tua telefonata per loro significa dal 20 al 40% di fatturato). Per i giudizi vale quanto già detto per TripAdvisor, a complicare le cose non è detto che un bell’albergo – che l’albergo giusto per te – compaia tra le prime proposte, per questo non lo uso mai come motore di ricerca, solo di prenotazione.

3) le app locali, se ci sono, sono utili, ma spesso fuorvianti. La celebratissima VisitNorway, per esempio, dà le indicazioni delle distanze in linea d’aria, cosa che nella terra dei fiordi genera equivoci comici (se si è di buon umore) e cerca disperatamente di farti usare il loro “route planner” che non è integrato con altri software di mappe e soprattutto dà indicazioni sbagliate (per esempio sorvola su quanti traghetti dovrai prendere e chiama le strade in modo diverso dalla segnaletica). Ho passato ore e ore a cercare su Google Maps o su Sygic i posti e gli itinerari che trovavo su VisitNorway, faccio fatica a pensare che non fosse possibile farli funzionare insieme invece che in alternativa. Non sto parlando di come andare da un posto all’altro ma di come beccare le bellissime “National Tourist Road”, che dovrebbe essere il  primo obiettivo di un’app geolocalizzata per turisti.

Brekkestranda Fjordhotell

Fin qui, tutto abbastanza semplice: piccoli accorgimenti facili da applicare. Il difficile è il momento in cui la personalizzazione del viaggio diventa una cosa tra voi e il posto che visitate, una storia bellissima da raccontare ma impossibile da prestare a qualcun altro. Ecco, per me non c’è guida migliore a una destinazione dei romanzi e dei film ambientati in quel posto. Se viaggiate in paesi con una cultura ancora poco disponibile, parlate con le persone sul posto e leggetele online prima di partire. Non leggete i consigli di viaggio, leggete delle loro vite quotidiane. Ho amato Oslo perché è la città di Harry Hole, per me è impossibile dire se è bella o brutta. Mi sono annoiata a Bergen (bella ma non ci tornerei) ma ricorderò per sempre il cimitero di Randabygda e i due ragazzi che si preparavano il barbecue alla fine della passeggiata di Ålesund (in Norvegia il concetto di “finis terrae” ha infinite declinazioni).

Un po’ di consigli di viaggio che non c’entrano niente con la tecnologia

Altri consigli di viaggio messi a punto negli anni, ma che funzionano per una viziata coppia di quarantenni che preferisce la natura alla storia, non garantisco per gli altri:

- non siate rigidi: se vi innamorate di un albergo o di un appartamento che richiede prenotazione molto tempo prima, fate girare il viaggio intorno a quella tappa, il gioco di scoperta sta in piedi lo stesso;
- non siate tematici: va bene partire con un’idea (i fiordi) e tornare a casa con un tesoro nuovo (il verde);
- alberghi belli e con personalità, mai catene a meno che non abbiate qualche dritta fidata; mille volte meglio una o due stelle in meno dell’anonimato;
- almeno due notti nello stesso posto, in modo da avere almeno una giornata piena per godervelo senza dovervi preoccupare delle valigie (questo a maggior ragione se andate a correre);
- valigie minimali, fino al punto di comprare e buttare vestiti; non fate quella faccia, ci sono capi di abbigliamento che costano meno di un caffè (che all’estero costa spesso più di una birra);
- gli spostamenti in macchina sono il viaggio, se volete comunque vedere *anche* monumenti, musei e simili infilateli negli itinerari, non fatene la destinazione finale
- per quanto bello sia il posto che state visitando ci saranno sicuramente tratti di strada noiosi in cui c’è poco da guardare; oltre alla musica e alle chiacchiere la lettura ad alta voce è un modo bellissimo per arricchire il viaggio, scegliete un libro che leggete solo così, vietato proseguire da soli
- se avete figli vogliate loro bene, lasciateli a casa o cambiate tipo di viaggio
- parlare con i padroni di casa è piacevole, ma se potete preferite situazioni tipo cottage o in cui comunque ci sia la possibilità di chiudersi dentro a chiave
- siamo italiani, siamo viziati dalla bellezza storica: all’estero cercate altro

Torno a lavorare a Pleens, sperando di poterlo testare quest’estate quando riprenderemo il viaggio in Norvegia da dove l’abbiamo interrotto l’anno scorso: da Trondheim in su, verso le isole Lofoten.

*Viaggi in Rete è una raccolta di saggi a cura di Roberta Milano e Mario Gerosa, a rileggerlo oggi è ancora molto molto attuale

Di storia in storia

Posted on | January 16, 2014 | No Comments

Come si fa a raccontare una storia che coinvolga chi non ci conosce? Come si fa a far raccontare una storia che parli di quello che ci interessa dire? E soprattutto cos’è una storia? Se si possono raccontare storie di storie, come hanno fatto con il selfie di Darth Vader, come imparo a farlo?

A questa e altre domande cerchiamo di rispondere nelle due giornate del Digital Update Social Content, che torna nel 2014 in due edizioni: il 4/5 febbraio a Bologna, il 5/6 marzo a Milano. May the force be with you.

darth vader #selfie

#selpie

Posted on | January 12, 2014 | No Comments

Bdu12zcCcAEfCtq

Utente, nativo, social-whatever: mai più

Posted on | January 6, 2014 | 5 Comments

Ai tempi di it.arti.cinema, un newsgroup in cui appassionati di cinema cazzeggiavano e si scannavano su qualunque cosa, alcune dinamiche di socialità in rete erano già così evidenti da avere un’etichetta precisa, quasi sempre trovata da Spaceman Spiff (sì, erano gli anni ’90, il tempo in cui presentarsi con nome e cognome era un vezzo di pochi).

Una delle mie etichette preferite era il “gong”, cioè quel particolare argomento a cui persone anche pacate reagivano in modo viscerale, non riuscendo a evitare di infilarsi in una lunga discussione inutile. Visto che parliamo di cinema il gong funzionava più o meno come lo “Scoiattolo!” di UP:

Quando parliamo di media digitali io ho tre “gong” che mi fanno perdere un sacco di tempo e di energie. Ho promesso durante il primo Digital Update Social Content che non ne avrei più parlato, adesso lo faccio pure qui così magari riesco a liberarmene: voi lo sapete, io so che sapete, non ne parliamo più.

1) la parola utente
Utente è sia la traduzione di “user” sia la sostantivizzazione di “utenza”, in anglosassone “account”. Non la sopporto perché rappresenta in pieno l’ipertecnologizzazione culturale degli ambienti digitali. I media digitali hanno bisogno di più umanisti e meno tecnici, di più persone e meno utenti. Vuoi che le persone con cui cerchi di entrare in relazione pensino, agiscano, scrivano, inventino o vuoi che usino qualcosa? È un approccio di design, non solo linguistico; per quanto mi riguarda io ho anche la maglietta.

2) il vero significato dell’espressione “nativo digitale”
Nativo non vuol dire superesperto, nativo vuol dire qualcuno che è nato in un contesto (framing) che troverà “normale” (se non “giusto”) per tutta la sua vita. Un nativo anglofono parla benissimo inglese, ma non è detto che sia un raffinato linguista o un talentuoso scrittore: vogliamo smetterla di scoprire l’acqua calda ogni volta che verifichiamo che i “nativi digitali” non sanno sostituire una scheda madre o non capiscono le complesse dinamiche di socializzazione mediate dal computer?
I nativi digitali non capiscono la differenza tra online e offline perché non hanno mai conosciuto un mondo solo offline, impariamo da loro e insegniamogli il resto (senza paternalismo).

3) perché è importante capire che Twitter non è un social network
Questa mia ossessione fa parte di un problema più ampio, la tendenza a usare community, social network e social media come sinonimi. Non lo sono: sono parole che descrivono modalità diverse di interazione tra umani (non tra utenti, ah ah, ci sono cascata di nuovo). La community è un insieme di persone affini che possono anche non conoscersi, il social network è un insieme di persone eterogenee che hanno un legame preesistente (parenti, compagni di classe, colleghi, amici, vicini di casa), i social media sono i mezzi di comunicazione che nascono da contenuti pensati più per socializzare che per informare (e che a volte informano pure, ma è un vantaggio collaterale). Vuoi continuare a pensare e dire (in ottima compagnia) che Twitter è un social network? Fai pure, ma poi non lamentarti se non lo capisci, non ti piace o non ottieni i risultati che ti aspettavi.
Allora che cos’è, dici? È una piattaforma di microblogging, non a caso progettata da Evan Williams, il designer di Blogger.com. Twitter funziona in base ai contenuti, non alla relazioni: è l’esatto contrario di Facebook, per questo è meglio usarli entrambi (tenendo presente che, nella competizione, entrambi cercano di assomigliare all’altro). Non sei convinto?

(E sì, ho altri “Scoiattolo” (molti altri), ma per il 2014 mi limiterò a cercare di non reagire a questi :)

keep looking »