Possiamo dire solo cosa non è? No. Per me vuol dire prima di tutto avere molto chiaro quali informazioni/esperienze le persone cercanoe quali informazioni/esperienze le persone cercano di evitare.
Una volta raggiunta questa consapevolezza (ascoltando e soprattutto leggendo tra le righe) posso fare social media marketing davvero e cioè creare valore per i clienti, progettando e mettendo a loro disposizione contenuti, iniziative, esperienze e possibilità pensate per realizzare contemporaneamente i vostri obiettivi e i loro bisogni. Anche offline.
A volte si riesce a prendersi il tempo e il lusso di partire dalla distanza che serve e di entrare in profondità in un tema senza preoccuparsi di annoiare o di non farsi capire da una platea che, guarda caso, apprezza, forse perché non aspetta altro che qualcuno prenda fiato, si tappi il naso e si tuffi lì dove non si tocca più.
Se siamo riusciti a dire qualcosa di interessante lo potete valutare da soli guardando il video dell’incontro, io ne approfitto per mettere per iscritto le cose che penso e che ho detto, più per capirle meglio io che per dirle a qualcuno.
Per quanto riguarda l’accesso alla professione giornalistica e la libertà di pubblicare quello che vogliamo ci sono diverse cose che mi stanno particolarmente a cuore e che ho in parte già affrontato in “La verità è che non sei bravo abbastanza“. Quando parliamo di contenuti prodotti spontaneamente online è importante distinguere tra editori nativi digitali come Facebook, Twitter o Google ed editori tradizionali approdati al digitale. Nel caso dei primi io ritengo che il bilancio tra il servizio che ricevo e i contenuti che regalo sia in pari, cioè ci guadagniamo entrambi. Se così non fosse smetterei di usarli: la loro utilità dipende dai miei contenuti, la mia utilità dipende dal servizio offerto e dalle modalità con cui mi viene offerto.
Nel caso degli editori tradizionali, quelli che per moltissimi sono gli editori “veri”, il livello del servizio offerto quasi mai rende interessante regalare loro quello che pubblico, a meno che (e sempre meno) non mi venga offerto uno spazio particolare caratterizzato da una selezione a priori. Anche qui è opportuno fare chiarezza: nel caso di Twitter, Facebook, il mio blog e simili sono io, con quello che pubblico e con la mia padronanza del mezzo, che mi faccio o meno strada e raggiungo o meno una visibilità maggiore di altri miei pari. Nel caso di testate online come l’Huffington Post (ma ovviamente non solo) una redazione decide – bontà loro – di offrirmi uno spazio in cui esprimermi in cambio dell’ormai famigerata “visibilità”.
Se uno accetta di scrivere gratis per conto terzi vuol dire che la visibilità per lui ha un valore, ma è doveroso essere consapevoli che così facendo si contribuisce a creare un meccanismo che porta inesorabilmente a stritolare chiunque voglia guadagnarsi da vivere scrivendo. Desiderio che, come ha sintetizzato Filippo Pretolani, assomiglia sempre di più “a far la coda per sedersi a una tavola sparecchiata da tempo”.
Fin qui siamo d’accordo tutti, o almeno credo: io però ho una posizione in merito che temo impopolare, anche se le reazioni dei ragazzi a Perugia mi hanno rincuorato. Io sono delusa tanto dagli editori tradizionali quando approfittano delle speranze di carriera dei futuri giornalisti quanto dai futuri giornalisti che sembrano vedere come unica possibile realizzazione della loro carriera l’assunzione in una testata tradizionale. Come ho detto a Perugia accettare di essere pagati pochi euro a pezzo assomiglia molto a mettere la testa nel cappio del boia e a ringraziarlo pure, perché con pochi euro a pezzo non solo non si sopravvive, ma soprattutto, come dimostrato da tante storie recenti, non si va da nessuna parte. Precari a vita, appunto, perché se la tua unica speranza è l’assunzione non potrai fare altro che obbedire al tuo futuro padrone nella speranza di compiacerlo, prestandoti a compiti e accettando situazioni in cui difficilmente potrai esprimere un vero potenziale. Qual è il tuo sogno, farti assumere da una testata (una qualunque??) o guadagnarti da vivere facendo informazione? Perché no, non è più la stessa cosa, non oggi.
Cosa può fare allora chi ha comunque il diritto di provare a fare il lavoro dei suoi sogni? Se fare la fila scodinzolando non è la soluzione cos’altro ci resta? La risposta non è incoraggiante, ma almeno c’è una risposta: l’unica strada possibile è autopubblicarsi facendo quello che si sogna di fare senza un incarico e senza un editore tradizionale che paghi le spese. Non a caso a Perugia l’incontro con Andrea Marinelli, oggi alla vigilia del suo secondo reportage finanziato dai lettori, è stato tra i più seguiti ed emozionanti. La strada è quella, come dimostrano anche altre esperienze e non ce ne sono molte altre, non solo per i singoli ma anche per le testate: chi ci arriva già allenato avrà sicuramente un vantaggio competitivo diverso da chi si sente “precario” senza un editore che gli dia il permesso di lavorare gratis o quasi.
1 milione e mezzo di persone raggiunte, 22.900 tweet, 3.200 persone attive.
Le Invasioni Digitali sono una delle dimostrazioni più eleganti dell’intelligenza collettiva, cioè quello che succede quando un’idea efficace incontra decine di persone disposte a farla propria e capaci di metterla in pratica senza un coordinamento centralizzato perché risponde sia a un interesse generale sia a decine di interessi particolari non alternativi. Vale per chi le ha pensate, vale per chi le ha città per città organizzate, vale per chi le ha raccontate. Se volete potete scaricare il PDF di sintesi, per i più curiosi c’è anche un Excel [più di 6 mega] con tutti tutti tutti i tweet.
E domani si parte ancora: Milano-Perugia passando per Cagliari, ormai se devo pensare a un week end di vacanza cerco casa mia su TabletHotels.com.
Cagliari per motivi personali, Perugia naturalmente per il Festival del Giornalismo, dove farò tre cose, anzi quattro:
prenderò forsennati appunti per chiudere il mio libro sulle community di lettori, ormai in dirittura d’arrivo (traduzione: ho quasi finito la scaletta)
Quest’ultima cosa è di gran lunga la più importante per la mia salute mentale e grazie a Marco Morello so anche dove andare a correre senza chiantarmi in salita. Il buon Marco infatti ha lavorato per noi e ha preparato:
Per gli amici che raggiungono Perugia in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo [#ijf2013] e non vogliono rinunciare alla corsetta quotidiana, ecco una lista dei posti dove vado più spesso a correre qui in città.
Io non so quale sia il livello di autoreferenzialità del mondo politico negli altri paesi, ma so che quello italiano è da troppi anni – da sempre? – oltre il livello di guardia. Solo negli ultimi vent’anni, con i sondaggi, i politici hanno iniziato a guardare agli interessi dei cittadini tra un’elezione e l’altra, e non sempre questo è stato un miglioramento. L’analisi delle opinioni espresse spontaneamente su Internet da cittadini non informati e non competenti è un’ulteriore passo fuori dall’autoreferenzialità, ma di nuovo non sempre questo ha rappresentato un miglioramento.
Come fare perché lo sia, se è possibile, prima di rinunciare? Sicuramente evitando di dare credito all’idea di una democrazia elettronica prossima ventura, come se un referendum permanente possa prendere decisioni tecniche valide e trasformarle in leggi. A questo punto meglio l’idea del racconto “Franchise” (Oggi si vota) di Isaac Asimov: molto più facile che la tecnologia ci aiuti a trovare un solo elettore perfettamente rappresentativoche a sintetizzare in modo praticabile le rappresentazioni di tutti gli elettori. Questo, come scrive bene Massimo Chiriatti, è ancora compito dei partiti.
Il punto di partenza è iniziare a guardare Internet e soprattutto i social media facendo attenzione alla foresta (alle foreste) e non al singolo albero, guardarli cioè come reti di azione e di pubblicazione, usando tecniche di analisi matematica dei grafi e di correlazione tra testi per far emergere affinità impossibili da cogliere a occhio nudo o da un singolo nodo. Internet non esiste come mondo a sé e come mondo univoco, come già detto tante volte, ma se guardata dal di fuori con consapevolezza e competenza può essere letta e compresa in modo più sofisticato della semplice conta delle occorrenze, che siano citazioni, menzioni o hashtag.
Ci proviamo? Penso e spero che qualcuno lo faccia già, ma se ne parla molto poco. Abbiamo iniziato a parlarne su Twitter con Giorgio Soffiato e mi piacerebbe sentire il parere di Rosario ‘Dep’ Di Girolamo: tra il grillismo e la buvette c’è una piccola ma concreta possibilità di aiutare chi ci governa a prendere decisioni informate, senza dover prendere in braccio cagnolini, twittare gattyni o confondere l’intelligenza collettiva (termine quasi sempre usato a sproposito) con un dettato politico.
In un’epoca lontana lontana, fino a circa 5/6 anni fa, le persone scrivevano articoli, scattavano foto, giravano video, li sistemavano, li rifinivano, li pubblicavano. Nel pubblicarli potevano – se consapevoli della loro esistenza – scegliere una licenza Creative Commons diversa dal copyright e chi voleva ripubblicare quei contenuti poteva farlo in modo più agile e veloce.
Oggi il diritto d’autore non è cambiato e la diffusione delle licenze Creative Commons ancora meno, ma sempre di più noi pubblichiamo mentre produciamo un contenuto e non in un secondo momento (pensate a Twitter, a Instagram, a Vine) e se vogliamo ripubblicare un contenuto altrui non dobbiamo prelevarlo da un server e caricarlo da un altro: lo share, l’embed e le API permettono di ospitare un contenuto senza spostarlo, con il non secondario effetto per l’autore di godere non solo dell’aumentata visibilità ma anche, nel caso dell’embed di un aumentato traffico. Lo share e l’embed in un certo senso incorporano l’attribuzione della paternità del diritto d’autore e impediscono le manipolazioni del contenuto, migliorando nettamente la situazione del rispetto della paternità dell’opera.
A margine di una discussione in merito su Twitter e, anche dopo aver letto l’utilissimo libro di Elvira Berligieri “Evitare i rischi dei social media”, mi chiedo e vi chiedo se le licenze Creative Commons non potrebbero prendere in considerazione queste nuove possibilità di distribuzione, soprattutto su piattaforme che – a differenza per esempio di Flickr e YouTube – non lasciano liberi gli utilizzatori di scegliere la licenza con cui distribuire i contenuti.
Convinta come sono che Internet faccia parte ormai della nostra vita quotidiana, esattamente come il telefono, il televisore o i voli di linea, mi scontro spesso con chi vuole farne invece risaltare l’eccezionalità, che sia in negativo o in positivo poco conta.
Questo è vero soprattutto quando si parla di trovare lavoro: è ancora molto diffusa la convinzione (errata) che la capacità di usare Internet e una presenza consapevole sui social media siano competenze utili solo se cerchi un lavoro legato alla Rete o alla tecnologia. Per questo ho trovato particolarmente interessante l’aggiornamento 2013 della ricerca di Adecco su “Digital Reputation & Social Recruiting” che ci dice che il 94% delle aziende usa i social media come strumento di recruiting (e che il 47% dei candidati non li ha mai visti come possibile fonte di contatti di lavoro).
Il dibattito nato su Twitter intorno alla presentazione della ricerca, molto ben sintetizzato dallo Storify di @postoditacco, ha subito messo in evidenza due cose per me molto importanti. La prima è che continuiamo a fare molta confusione tra privacy e reputazione, usando i due concetti quasi come sinonimi. La seconda è che le resistenze all’uso dei social media o un loro utilizzo strumentale in molti casi impediscono di trovare o di essere selezionati per un lavoro, qualificandosi come abilità sociali tout court e in quanto tali fondamentali per essere scelti. Non si tratta qui di farsi notare o di “vendersi”, ma proprio di esserci e di esserci in modo coerente con il proprio curriculum e il proprio stile personale.
Ho approfondito questi due punti con Silvia Zanella – Marketing & Communication Manager di Adecco Italia:
La reputazione online può essere compromessa dalla gestione della privacy sui social network o dipende soprattutto dai comportamenti dei candidati?
Sono due aspetti che vanno di pari passo, e che partono da una premessa comune: la consapevolezza della propria identità digitale. Rispetto al tema della gestione della privacy, quindi, è importante avere ben chiaro chi può accedere ai nostri contenuti e chi no, e fissare bene i paletti dei nostri diversi network. Per quanto riguarda il comportamento, deve prevalere il buon senso: chiedersi sempre se faremmo o scriveremmo la stessa cosa se ci trovassimo di fronte al nostro capo in ufficio.
Dalla ricerca emerge che nel 12% dei casi i responsabili delle risorse umane hanno escluso dei candidati per le informazioni che hanno trovato in rete. È possibile avere qualche dettaglio in più? Erano informazioni legate alla sfera personale o professionale?
In questa edizione dell’indagine non abbiamo investigato specificamente i motivi di esclusione, ma dalle interviste che abbiamo fatto e dalle risposte ad altre domande emerge con chiarezza che le aziende cercano da un lato di capire se c’è coerenza tra quanto dichiarato nel curriculum e quanto verificabile on line (ad esempio informandosi sulla rete di contatti o sui gruppi frequentati dal candidato), dall’altro di sincerarsi che i contenuti pubblicati non siano troppo distanti (per stile e approccio) rispetto a quello che il selezionatore si aspetta. Lo standing è importante anche on line.
Non si tratta a mio parere di evitare certi contenuti o di sottolinearne altri, ma di imparare, una volta per tutte, a considerare Internet come parte del mondo in cui abitiamo, mondo in cui, anche in tempi meno connessi, una buona o cattiva reputazione ha sempre fatto la differenza, anche perché “ci sei anche se non lo sai” vale anche per le persone, non solo per le aziende.
L’altro giorno, poco prima di If Book Then, raccontavo a Giorgia Lupi che non ho mai paura prima di parlare in pubblico, è una cosa che faccio con naturalezza e senza quasi pormi il problema. Ho paura dopo.
Non è un vezzo, ho paura sul serio; non sempre, non in modo drammatico, ma diciamo che tendo a ripensare a quello che ho detto, a cercare conforto nei tweet e in genere a cercare conferme indirette. A volte quello che trovo trasforma la paura in terrore, a volte mi ricompensa oltre ogni aspettativa. È il caso di questo post scritto da Marta, una delle partecipanti al corso TalentDonna:
Mi piace quest’universo variegato, dalla differenza ci si arricchisce sempre e il clima di attesa e di emozione che accompagna i primi minuti sboccia poi nella ricca e profonda introduzione di Mafe De Baggis, freelance esperta di community e comunicazione.
Qui trovate la presentazione:
Non va sempre così, ma ne parliamo un’altra volta, quando cioè vi racconterò di Pleens, Facebook e Cortina.
Penso capiti a tutti, ma mi fa impressione lo stesso continuare a pensare ai miei coetanei come “gli adulti” e a me stessa come una ragazzetta sventata, seppure acciaccata e con le rughe. A 16 anni pensavo che a 43 si fosse più o meno anziani e per questo sono terrorizzata all’idea di raccontare Internet agli studenti di un liceo scientifico, ma ormai è fatta, l’impegno è preso, toccherà sfangarla.
L’occasione è l’invito del Gruppo Hera di partecipare come docente all’iniziativa “Un pozzo di scienza“: lunedì mattina alle 8:30 questa tardona digitale si chiederà in cattedra se “I social network sono una buona fonte di informazioni? Conoscerne pregi e difetti per costruire una comunicazione efficace”. Questa la traccia del mio intervento:
I nostri avi imparavano gli uni dagli altri, i nostri nonni imparavano dai libri, noi impariamo mettendo a confronto una pluralità di fonti senza avere più punti di riferimento precisi. Informarsi oggi significa prima di tutto trovare e scegliere le proprie fonti, mettendole in discussione continuamente e senza sacrificarne nessuna. Per comunicare con efficacia dobbiamo prima di tutto capire come noi per primi filtriamo le comunicazione altrui, che siano dei media tradizionali, degli autori, dei politici o dei nostri pari.
Nel mio lavoro ho spesso sognato strumenti e funzionalità che mi avrebbero permesso di fare meglio e con meno fatica e con migliori risultati quello che avevo in mente di fare. Una macchina da scrivere che permette di cancellare e riscrivere. Un sito che si aggiorna da solo prendendo contenuti di altri che avevano interesse a distribuirli. Un sistema editoriale su cui la redazione può mettere le mani senza requisiti, specifiche e ore di lavoro altrui. Una mappa che ti dice cosa hai intorno e perché andarci.
È bello quando qualcuno crea per te quello di cui avevi bisogno, è altrettanto bello, se nessuno lo fa, metterci le mani tu. Pleens è soprattutto la piattaforma di pubblicazione e il navigatore di ricordi che vorrei, per me, per i miei clienti, per i loro clienti. Non so se ce la faremo, ma per ora, grazie al talento di Gabriele Ferraresi, abbiamo un modo più bello per raccontarlo, questo video.