La Costituzione italiana parla di diritto al lavoro, non del diritto al lavoro dei tuoi sogni. In questi tempi duri si confonde spesso la sopravvivenza con la carriera, ma quella del diritto al perseguimento della felicità è la dichiarazione d’indipendenza americana e non mi sembra abbia prodotto una società molto migliore della nostra.
Non voglio dire di mettere da parte sogni e progetti, ma, al contrario, per evitare di boicottarsi da soli, di distinguere tra oggettive difficoltà (connaturate a qualunque progetto ambizioso) e colpevolizzazione. Niente come l’autocommiserazione complica la vita a chi pensa di aver qualcosa da fare e da dire, soprattutto in tempi in cui, nonostante tutto, le barriere al fare e al dire si sono abbassate tantissimo.
Parlo soprattutto di chi sogna un lavoro nell’informazione e nella comunicazione, sogni per niente recenti. Nel 1987 – nel secolo scorso – quando mi sono iscritta al corso di diploma universitario in Relazioni Pubbliche dello IULM c’era gente in coda dall’alba per assicurarsi il posto.
Internet e i media digitali hanno abbassato le barriere in ingresso alla selezione per i mestieri del fare informazione e del fare comunicazione, creando però un demi-monde di persone né dentro né fuori, un vero e proprio limbo in cui il rischio di restare intrappolati per sempre e di diventare complici dei propri aguzzini è elevatissimo. Non a caso da più parti si punta il dito contro il malcostume di pagare niente o pochissimo i collaboratori soprattutto se provenienti dalla Rete e non da canali di recruiting più tradizionali. Ecco, qualcuno ogni tanto deve ricordarlo: se dopo anni (facciamo cinque?) sei ancora pagato pochissimo c’è il rischio che tu stesso, continuando ad accettare condizioni inaccettabili, contribuisca alla situazione. Dire di no si può, in alcuni casi si deve.
Frequentando per piacere e per lavoro la Rete italiana dal 1996 posso dire con ragionevole sicurezza che non conosco gente dotata di talento & tigna a spasso. Mi dispiace, ma non c’è un modo gentile per dirlo. Conosco più persone che hanno volontariamente lasciato contratti giornalistici a tempo indeterminato in testate nazionali che persone di talento senza un lavoro.
È un po’ come se Internet fosse una strada di Rio de Janeiro in cui tutti i bambini giocano a calcio: se passa il Mister e ne porta in Italia solo uno (o nessuno) non è colpa della strada e tantomeno dei bambini, è che i posti in campionato sono pochi ed essere “abbastanza bravi” non basta, devi essere bravo abbastanza. Non confondiamo la maggiore facilità di espressione pubblica con lo sfruttamento, che esiste solo se una parte guadagna molto più dell’altra. Nessuno ci obbliga a pubblicare i nostri contenuti su Google (Blogger/YouTube), Facebook, Twitter o a regalarli a un editore tradizionale che lancia iniziative di crowdsourcing. Lo facciamo perché ci divertiamo a farlo o perché speriamo di essere notati facendolo e in entrambi i casi stiamo usando un servizio gratuito di cui riconosciamo l’utilità (altrimenti non lo useremmo). Twitter non sarebbe niente senza di noi, ma noi senza Twitter non avremmo Twitter.
Se vuoi autoprodurti senza usare piattaforme di altri puoi farlo creando e aggiornando un tuo sito e usando solo servizi a pagamento: Internet abbassa le barriere d’ingresso alla selezione e anche alla pubblicazione, ma da lì in poi il resto devi mettercelo tu e se non basta dare la colpa al mondo brutto e cattivo non aumenterà le tue chance di successo. Internet ti aiuta a rendere visibile il tuo talento, non ti garantisce che il tuo talento basti a giocare in serie A.
Io sono stata un copywriter “abbastanza bravo” e ho rinunciato a fare la giornalista e a scrivere romanzi perché a un certo punto ho capito che non ero “brava abbastanza” per guadagnarmi da vivere solo scrivendo. Credetemi, so benissimo di cosa parlo quando consiglio di riconoscere i propri limiti senza addossare la colpa al resto del mondo, anche perché, esattamente come nell’episodio di Sex & the City parafrasato nel titolo, prenderne atto è spesso una liberazione. No mixed messages.
PS: il titolo credo sia di Barbara Sgarzi, dico credo perché parliamo talmente spesso di queste cose che è difficile ricordare dove finisce il mio pensiero e inizia il suo. Questa precisazione serve solo a dividere con lei la montagna di insulti che sento arrivare
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