Mafe de Baggis

una che lavora per rendersi superflua

Luminol sneak preview

Posted on | April 10, 2014 | No Comments

Siamo tutti mutanti, io poi sono pure troppo alta

Posted on | March 30, 2014 | No Comments

Ero credo in seconda media o giù di lì quando la mia migliore amica dei tempi mi disse che spesso era a disagio con me perché ero “diversa”. Io pensai che si riferisse alla mia altezza (ero già un metro e ottanta in una città in cui l’altezza media delle dodicenni era un metro e cinquanta) e invece no, stava per iniziare un tormento che mi avrebbe accompagnato tutta la vita, un po’ un superpotere ma alla X-Men. “Sei diversa perché sai cosa vuol dire boicottaggio”, mi disse (erano i tempi delle Olimpiadi di Mosca, qualche anno dopo Sting avrebbe cantato Russians, il Muro di Berlino era ancora bello su, ero innamorata di Miguel Bosé).

Da piccola ho fatto molta fatica ad accettare che c’erano cose che molti altri non sapevano; sono nata e cresciuta convinta che tutti sapessero, vedessero, capissero quello che sapevo, vedevo, capivo io.

“In che senso non sai cosa vuol dire boicottaggio?” le risposi.
“Ecco, vedi?” mi disse lei.

Anni e molti libri dopo, ovviamente, ne ho fatto un mestiere. Per anni ho sfruttato questa capacità di scoprire e imparare linguaggi (e nozioni) scrivendo per conto terzi come se fossi loro (lo chiamano “lavorare nella comunicazione”), da qualche anno ci aggiungo pensieri miei (che risultano spesso strampalati ai più) e li pubblico o li racconto in pubblico.

Ecco, ancora più che scrivere, questa cosa di parlare in pubblico mi piace assai, mi piace dagli esami universitari, mi piace pensare parlando, mi piace pensare a cosa devo dire e mi piace cambiarlo mentre lo dico. Mi piace che praticamente sempre nelle ore precedenti a un mio intervento succede qualcosa che mi fa capire come iniziare, mi piace improvvisare guardando le persone che ho davanti, mi piace la sensazione di pensare insieme a loro.

La sensazione è un po’ quella che ho descritto in questo tweet:

 

Una sensazione bella perché eccitante e leggermente spaventosa, quell’attimo in cui stacchi i piedi da terra e chiudi gli occhi e sei in aria e poi l’acqua, il costume che sfila via, due bracciate, la luce in alto, uscire e riprendere aria e contatto con una realtà in cui non voli.

Non ho mai paura prima, ho spesso paura dopo: la bambina in me, quella che indovina spesso il ritmo del discorso, continua a pensare che so tutto e che tutti sanno tutto e che quindi era tutto perfettamente chiaro, ma io adesso so benissimo che qualcuno non avrà capito, che molti si saranno annoiati, che qualcuno mi avrà odiata, che qualcuno mi avrà apprezzata per le ragioni sbagliate, che molti spesso capiscono quello che volevano loro e me lo attribuiscono, magari in un tweet.

La paura dopo non è un deterrente, soprattutto adesso che grazie al live twitting (qui per esempio tutti i tweet di #iloveischia) posso verificare quanto spesso e quanto bene arrivano molte cose che dico e che a volte sono anche utile a qualcuno. Soprattutto lavorando con gli operatori turistici sto cercando di affiancare al racconto di quello che so la pratica di quello che so fare, proprio mettendoli intorno a un tavolo con carta e penna (o tablet, se ce l’hanno). È quello che faremo a Trento durante TravelNext settimana prossima: passare dalle intuizioni (lo storytravelling) alla pratica, soprattutto esercitandoci a tuffarci e nuotare in un flusso di contenuti, proposte e risposte, sintonizzandoci con chi non ci sta di fronte fisicamente ma proprio per questo è molto più leggibile.

Ho imparato molto, negli ultimi anni, soprattutto da Marco Zamperini, ed è anche per lui, per continuare il suo instancabile lavoro di divulgazione, che cerco di far fare un passo indietro a quello che a me piace raccontare e di mettere in scena quello che può essere utile a chi mi è venuto a sentire. Solo dopo ho capito quanto aveva ragione  nel dirmi di non avere paura di ripetere sempre le stesse cose, di semplificare il linguaggio, di dire cose che a me sembravano scontate, come se lui vedesse ancora molto bene la ragazzina che non capiva in che senso non sai cosa vuol dire boicottaggio. Io ci sto provando, se chi mi ascolta ha dei consigli, delle richieste, delle critiche io sono qui, perché a me raccontare quello che so e quello che ho imparato piace e vorrei farlo sempre meglio.

Non è mai troppo tardi

Posted on | February 20, 2014 | No Comments

Prendendo spunto da “Inventare Twitter” di Nick Bilton io, Barbara Sgarzi, Luca ContiMarco Mazzei abbiamo fatto una bella chiacchierata alla Social Media Week sul passato, il presente e il futuro dei social media e in particolare del loro destino una volta acquisiti o quotati.

A pochi giorni di distanza ecco la spettacolare acquisizione di Whatsapp da parte di Facebook, ed eccoci a sperare che Facebook la tratti meglio di Friendfeed o di Instagram e insieme pronti a sperimentare e anche a inventare qualcosa di completamente nuovo.

Come ricordava Barbara Sgarzi in chiusura, infatti, la storia ci ha dimostrato che nel digitale i giochi dell’innovazione non sono mai chiusi e che non dobbiamo mai arrenderci e pensare che tutto è già stato inventato, anzi. Oggi siamo in una situazione bizzarra, con i protagonisti del digitale che sembrano già vecchi, lenti e burocratici e tantissimo spazio per proposte nuove e diverse.

Per finanziarle non c’è solo il venture capital tradizionale, strada non adatta a tutti: mesi fa per esempio vi avevo annunciato il mio coinvolgimento nel progetto Edison Start, un premio che mette in palio 100.000 euro per il progetto più interessante in tre categorie meno battute del solito: energia, sviluppo sociale e culturale e smart community.

Siete ancora in tempo per presentare un progetto e approfittare dei consigli della rete e dei tutor Edison per migliorarlo, in attesa della selezione dei finalisti che avverrà ad aprile. Ricordate: non è mai troppo tardi per un’idea nuova o per migliorarne una che ti sembra vecchia, pensate a Whatsapp e a Twitter, entrambe partite dagli sms. E guardando questo tweet pensate da quanto tempo è che ripeto le stesse cose :-)

 

Pleens per chi viaggia

Posted on | February 11, 2014 | No Comments

Un anno fa la motivazione principale per cercare i fondi per Pleens era la possibilità di costruirmi da sola la piattaforma che desideravo come professionista. Non avevo ancora capito che in realtà stiamo lavorando per ottenere lo strumento che desidero come viaggiatrice. “La piattaforma di pubblicazione e il navigatore di ricordi che vorrei”, scrivevo; oggi, dopo il viaggio in Norvegia dell’estate scorsa, aggiungo “il suggeritore di itinerari in tempo reale”.

L’on the road viziato

Facciamo un passo indietro: ho sempre adorato i viaggi itineranti, meglio se in macchina. Il primo è stato in Australia, era il 1999 e avevamo comprato tutto in Italia, o meglio, un’agenzia viaggi specializzata aveva prenotato tutto dall’Italia. Voli, ovviamente, ma anche alberghi, escursioni, auto a noleggio e simili. Avevamo un itinerario dettagliatissimo e molto rassicurante: penso che per molti, ancora oggi, sia il modo migliore di viaggiare, anche se, per esempio, il pomeriggio dedicato a Shell Beach è arrivata l’ultima zampata del fuso orario e me la sono dormita in albergo, la spiaggia di conchiglie.

Saint Malo

Un salto di qualche anno, la reazione all’iperprenotazione: Taranto-Barcellona-Andorra-Bretagna, in macchina/traghetto/macchina. 2005. Prenotazioni: una. Per qualche strano motivo credevo che in Bretagna nella seconda metà di agosto ci fosse poca gente, da pugliese pensavo piove, chi mai ci andrà. La faccio breve: prima di capire cosa fare, dopo qualche giorno tra pensioncine pulciose, orrendi hotel anonimi e un colpo di fortuna, una gentile signorina alla reception di un hotel bellissimo mi dice “nous sommes complètement complet” e capisco che presentarsi albergo per albergo all’ora di cena non avrebbe mai funzionato. A quel punto avevo due possibilità: o pensare che non si poteva viaggiare così o cambiare strategia. Per fortuna abbiamo scelto la seconda :-)

Nell’on the road viziato ci sono sempre modi per combinare la serendipity della scoperta dei luoghi con la necessità di trovare senza impazzire un bel posto dove dormire e mangiare. In Bretagna, per esempio, anche in era pre-smartphone, era semplice: se volevi stare tranquillo prenotavi la tappa successiva da un Internet Caffè, se volevi rischiare bastava presentarsi alle reception intorno alle 18, ora in cui scadevano le opzioni. Tutto qui, basta saperlo: quello che mi colpisce è che con tanti consigli di viaggio nessuno divulghi mai informazioni simili.

Perché è così importante la serendipity, cioè la scoperta semicasuale di qualcosa che non stavi cercando? Perché complicare un viaggio che potrebbe essere una semplice check list dei posti belli da vedere in zona con alberghi più o meno comodi? Non so se sono strana io, ma già nel 2009 scrivevo in Viaggi in Rete* (qui il capitolo completo)

“non sono mai riuscita a leggere una guida turistica prima di arrivare sul posto: è come se avessi bisogno di respirare l’aria di un luogo, di capire che luce c’è, di seguire una corrente invisibile che mi fa capire dove voglio veramente andare”

Non è solo un approccio diverso, magari un po’ romantico: è che in un viaggio le circostanze esterne, gli umori, gli istinti del momento sono importantissimi, se piove e sono pigra farò scelte diverse da quelle migliori per una giornata di sole ed energia, programmare tutto è un rischio. Sempre in Viaggi in Rete scrivevo già anni fa:

“i social media e i media digitali in genere ci hanno reso acutamente consapevoli di quanto possa essere poco interessante, dal punto di vista del viaggiatore, la realtà geografica oggettiva.”

Non credo di essere l’unica a pensarla così: secondo una ricerca PhocusWright “one in five hotel stays during U.S. road trips are unplanned and booked from the road”. Siamo nel 2014, abbiamo gli smartphone, un collegamento dati quasi ovunque (costi a parte) e centinaia di strumenti per scegliere strada facendo, senza dover decidere tutto mesi prima. Quindi tutto bene?

Abbiamo tutto quello che ci serve per viaggiare?

Assolutamente no. Gli strumenti che abbiamo – mappe, sistemi di prenotazione, recensioni, giudizi, consigli – sono ancora acerbi e spesso ci complicano il viaggio, spingendoci a fare scelte sbagliate. L’estate scorsa in Norvegia ho deciso di impegnarmi per usarli al meglio e, con tanti errori, ho scoperto un po’ di cose che stanno finendo tutte nel “Pleens design” e che comincio a raccontare qui perché Paolo Faustini, in partenza per la nuova Zelanda, mi ha chiesto un po’ di consigli.

Prima di tutto, il momento “vecchia zia”: per quanto amiate il caso, il rischio e l’improvvisazione prenotate sempre le prime due notti di albergo nella vostra prima destinazione, e sottolineo albergo: anche se il viaggio è breve o comodo o semplice vi sconsiglio soluzioni alternative come Airbnb o b&b, qualunque cosa richieda un appuntamento e un rapporto umano più impegnativo di capire il numero della stanza. Arrivate in una città nuova, spesso in una nazione diversa, magari in un altro continente e su un altro fuso orario: l’avventura vera e propria inizia la mattina dopo ed è importante che siate in forma per cogliere tutti i segnali e decidere le prossime mosse.

In estrema sintesi, ecco la triangolazione ideale: TripAdvisor per l’elenco completo, Booking (o simili, ma io amo Booking) per le prenotazioni, le app locali (se ce ne sono) e la narrativa locale per un minimo di contesto e per favorire il desiderio. Un buon navigatore software che non richieda collegamento dati (io uso Sygic), Airbnb a completare, considerando però che se la soluzione scelta non è in “instant book” dovrete per forza prenotare qualche giorno prima.

1) TripAdvisor non è molto affidabile per le recensioni perché il set di giudizi medi di migliaia di persone difficilmente coinciderà con il vostro in quel momento. TripAdvisor è però preziosissimo perché vi aiuta a snidare quegli alberghi (o simili) che Booking non mette in evidenza e perché – anche se non sempre – vi dà informazioni di base che spesso sono difficili da trovare sui siti ufficiali (giorni di chiusura, numeri di telefono, orari). Ultimo motivo: la bussola (Point me there) di TripAdvisor è una delle più belle applicazioni di “Keep it simple, stupid” mai vista, mi chiedo perché non sia più in evidenza.

2) Booking funziona bene da smartphone, da tablet e da desktop, è velocissimo e molto chiaro sulle diverse tipologie di camere; prenotare e cancellare una prenotazione è facilissimo, anche se può valere la pena fare una telefonata per prenotare direttamente (magari facendolo presente al checkin: la tua telefonata per loro significa dal 20 al 40% di fatturato). Per i giudizi vale quanto già detto per TripAdvisor, a complicare le cose non è detto che un bell’albergo – che l’albergo giusto per te – compaia tra le prime proposte, per questo non lo uso mai come motore di ricerca, solo di prenotazione.

3) le app locali, se ci sono, sono utili, ma spesso fuorvianti. La celebratissima VisitNorway, per esempio, dà le indicazioni delle distanze in linea d’aria, cosa che nella terra dei fiordi genera equivoci comici (se si è di buon umore) e cerca disperatamente di farti usare il loro “route planner” che non è integrato con altri software di mappe e soprattutto dà indicazioni sbagliate (per esempio sorvola su quanti traghetti dovrai prendere e chiama le strade in modo diverso dalla segnaletica). Ho passato ore e ore a cercare su Google Maps o su Sygic i posti e gli itinerari che trovavo su VisitNorway, faccio fatica a pensare che non fosse possibile farli funzionare insieme invece che in alternativa. Non sto parlando di come andare da un posto all’altro ma di come beccare le bellissime “National Tourist Road”, che dovrebbe essere il  primo obiettivo di un’app geolocalizzata per turisti.

Brekkestranda Fjordhotell

Fin qui, tutto abbastanza semplice: piccoli accorgimenti facili da applicare. Il difficile è il momento in cui la personalizzazione del viaggio diventa una cosa tra voi e il posto che visitate, una storia bellissima da raccontare ma impossibile da prestare a qualcun altro. Ecco, per me non c’è guida migliore a una destinazione dei romanzi e dei film ambientati in quel posto. Se viaggiate in paesi con una cultura ancora poco disponibile, parlate con le persone sul posto e leggetele online prima di partire. Non leggete i consigli di viaggio, leggete delle loro vite quotidiane. Ho amato Oslo perché è la città di Harry Hole, per me è impossibile dire se è bella o brutta. Mi sono annoiata a Bergen (bella ma non ci tornerei) ma ricorderò per sempre il cimitero di Randabygda e i due ragazzi che si preparavano il barbecue alla fine della passeggiata di Ålesund (in Norvegia il concetto di “finis terrae” ha infinite declinazioni).

Un po’ di consigli di viaggio che non c’entrano niente con la tecnologia

Altri consigli di viaggio messi a punto negli anni, ma che funzionano per una viziata coppia di quarantenni che preferisce la natura alla storia, non garantisco per gli altri:

- non siate rigidi: se vi innamorate di un albergo o di un appartamento che richiede prenotazione molto tempo prima, fate girare il viaggio intorno a quella tappa, il gioco di scoperta sta in piedi lo stesso;
- non siate tematici: va bene partire con un’idea (i fiordi) e tornare a casa con un tesoro nuovo (il verde);
- alberghi belli e con personalità, mai catene a meno che non abbiate qualche dritta fidata; mille volte meglio una o due stelle in meno dell’anonimato;
- almeno due notti nello stesso posto, in modo da avere almeno una giornata piena per godervelo senza dovervi preoccupare delle valigie (questo a maggior ragione se andate a correre);
- valigie minimali, fino al punto di comprare e buttare vestiti; non fate quella faccia, ci sono capi di abbigliamento che costano meno di un caffè (che all’estero costa spesso più di una birra);
- gli spostamenti in macchina sono il viaggio, se volete comunque vedere *anche* monumenti, musei e simili infilateli negli itinerari, non fatene la destinazione finale
- per quanto bello sia il posto che state visitando ci saranno sicuramente tratti di strada noiosi in cui c’è poco da guardare; oltre alla musica e alle chiacchiere la lettura ad alta voce è un modo bellissimo per arricchire il viaggio, scegliete un libro che leggete solo così, vietato proseguire da soli
- se avete figli vogliate loro bene, lasciateli a casa o cambiate tipo di viaggio
- parlare con i padroni di casa è piacevole, ma se potete preferite situazioni tipo cottage o in cui comunque ci sia la possibilità di chiudersi dentro a chiave
- siamo italiani, siamo viziati dalla bellezza storica: all’estero cercate altro

Torno a lavorare a Pleens, sperando di poterlo testare quest’estate quando riprenderemo il viaggio in Norvegia da dove l’abbiamo interrotto l’anno scorso: da Trondheim in su, verso le isole Lofoten.

*Viaggi in Rete è una raccolta di saggi a cura di Roberta Milano e Mario Gerosa, a rileggerlo oggi è ancora molto molto attuale

Di storia in storia

Posted on | January 16, 2014 | No Comments

Come si fa a raccontare una storia che coinvolga chi non ci conosce? Come si fa a far raccontare una storia che parli di quello che ci interessa dire? E soprattutto cos’è una storia? Se si possono raccontare storie di storie, come hanno fatto con il selfie di Darth Vader, come imparo a farlo?

A questa e altre domande cerchiamo di rispondere nelle due giornate del Digital Update Social Content, che torna nel 2014 in due edizioni: il 4/5 febbraio a Bologna, il 5/6 marzo a Milano. May the force be with you.

darth vader #selfie

#selpie

Posted on | January 12, 2014 | No Comments

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Utente, nativo, social-whatever: mai più

Posted on | January 6, 2014 | 4 Comments

Ai tempi di it.arti.cinema, un newsgroup in cui appassionati di cinema cazzeggiavano e si scannavano su qualunque cosa, alcune dinamiche di socialità in rete erano già così evidenti da avere un’etichetta precisa, quasi sempre trovata da Spaceman Spiff (sì, erano gli anni ’90, il tempo in cui presentarsi con nome e cognome era un vezzo di pochi).

Una delle mie etichette preferite era il “gong”, cioè quel particolare argomento a cui persone anche pacate reagivano in modo viscerale, non riuscendo a evitare di infilarsi in una lunga discussione inutile. Visto che parliamo di cinema il gong funzionava più o meno come lo “Scoiattolo!” di UP:

Quando parliamo di media digitali io ho tre “gong” che mi fanno perdere un sacco di tempo e di energie. Ho promesso durante il primo Digital Update Social Content che non ne avrei più parlato, adesso lo faccio pure qui così magari riesco a liberarmene: voi lo sapete, io so che sapete, non ne parliamo più.

1) la parola utente
Utente è sia la traduzione di “user” sia la sostantivizzazione di “utenza”, in anglosassone “account”. Non la sopporto perché rappresenta in pieno l’ipertecnologizzazione culturale degli ambienti digitali. I media digitali hanno bisogno di più umanisti e meno tecnici, di più persone e meno utenti. Vuoi che le persone con cui cerchi di entrare in relazione pensino, agiscano, scrivano, inventino o vuoi che usino qualcosa? È un approccio di design, non solo linguistico; per quanto mi riguarda io ho anche la maglietta.

2) il vero significato dell’espressione “nativo digitale”
Nativo non vuol dire superesperto, nativo vuol dire qualcuno che è nato in un contesto (framing) che troverà “normale” (se non “giusto”) per tutta la sua vita. Un nativo anglofono parla benissimo inglese, ma non è detto che sia un raffinato linguista o un talentuoso scrittore: vogliamo smetterla di scoprire l’acqua calda ogni volta che verifichiamo che i “nativi digitali” non sanno sostituire una scheda madre o non capiscono le complesse dinamiche di socializzazione mediate dal computer?
I nativi digitali non capiscono la differenza tra online e offline perché non hanno mai conosciuto un mondo solo offline, impariamo da loro e insegniamogli il resto (senza paternalismo).

3) perché è importante capire che Twitter non è un social network
Questa mia ossessione fa parte di un problema più ampio, la tendenza a usare community, social network e social media come sinonimi. Non lo sono: sono parole che descrivono modalità diverse di interazione tra umani (non tra utenti, ah ah, ci sono cascata di nuovo). La community è un insieme di persone affini che possono anche non conoscersi, il social network è un insieme di persone eterogenee che hanno un legame preesistente (parenti, compagni di classe, colleghi, amici, vicini di casa), i social media sono i mezzi di comunicazione che nascono da contenuti pensati più per socializzare che per informare (e che a volte informano pure, ma è un vantaggio collaterale). Vuoi continuare a pensare e dire (in ottima compagnia) che Twitter è un social network? Fai pure, ma poi non lamentarti se non lo capisci, non ti piace o non ottieni i risultati che ti aspettavi.
Allora che cos’è, dici? È una piattaforma di microblogging, non a caso progettata da Evan Williams, il designer di Blogger.com. Twitter funziona in base ai contenuti, non alla relazioni: è l’esatto contrario di Facebook, per questo è meglio usarli entrambi (tenendo presente che, nella competizione, entrambi cercano di assomigliare all’altro). Non sei convinto?

(E sì, ho altri “Scoiattolo” (molti altri), ma per il 2014 mi limiterò a cercare di non reagire a questi :)

I percorsi di corsa più belli del 2013

Posted on | December 31, 2013 | 1 Comment

Più di tutto a me piace correre in una città che non conosco, scoprire correndo i percorsi più belli, lasciarmi guidare dalla struttura del posto senza sapere dove andare: se appena appena è possibile, stanchezza permettendo, corro appena arrivo in un posto nuovo. Nel 2013 ho corso a Ferrara, Treviso, Trento, Rovereto, Roma, Calasetta, Bologna, Perugia, Taranto, passo del Carnaio, Manduria, Trondheim, Oslo, Seivågneset, Rimini e Trieste.

Ho cercato di decidere quali sono i cinque percorsi più belli, non tanto in base alle prestazioni (sempre fantozziane) ma pensando a una strada che può piacere anche a te che mi leggi, ecco il verdetto:

Innovazione no frills

Posted on | December 23, 2013 | No Comments

C’è questa idea di innovazione che si traduce in “adottare l’ultima tecnologia a prescindere da qualunque pensiero”, un’idea figlia – a voler pensare bene – di un malinteso pragmatismo per cui tutto si può comprare e installare, senza un pensiero prima, senza impegno dopo. Non lo dico per moralismo o per puritanesimo: pensiero e impegno possono essere, anzi, in questo campo sono, passione e divertimento, un po’ come allenarsi per la maratona, imparare a suonare uno strumento, preparare una cena per gli amici. Fai fatica, bestemmi un po’, ma guai a rinunciarci e alla fine sei felice.

#ITisME

L’innovazione raramente si compra e difficilmente si installa, anche perché quasi mai funziona al primo colpo e soprattutto come ce l’eravamo immaginata: come spiega bene Paolo Giovine nel suo Saggio breve sull’idea di innovazione nasce quasi sempre dall’ideazione o dal miglioramento di un processo e solo dopo dall’applicazione di una soluzione (che può anche non essere tecnologica).

Per fare innovazione è indispensabile vedere il cambiamento in continuità con il passato, come inanella Giorgia Lupi intervistata da Babele Magazine:

“Da un certo punto di vista possiamo dire che la tecnologia e l’innovazione sono state introdotte nel panorama dei viaggi sin dai tempi antichi, con la ruota, la scrittura e la produzione di mappe e cartografie, e più recentemente con aeroplani, treni, auto ed ora con internet ed i dispositivi mobili. Il nostro cambiamento nel modo di viaggiare (e vivere, e creare) sta semplicemente continuando a cambiare, come è sempre stato, forse a velocità più alta.”

Allenata come sono a cercare ovunque la “struttura che connette” di batesoniana memoria non apprezzo i tentativi di venderci il mondo in cui viviamo come brusca rottura con un passato, idilliaco o atroce a seconda degli sbalzi d’umore: uno volta che hai messo la bussola e lo smartphone nello stesso cassetto sei libero di disinteressarti della tecnologia e di concentrarti sui processi, sei libero di farti le domande che liberano le energie:

  • Cosa posso fare meglio?
  • Come posso rendere divertenti le parti noiose?
  • Cosa posso offrire in più?
  • Cosa posso togliere per migliorare l’esperienza?

Continuare a confinare l’innovazione in campo turistico ai servizi online o al b2b è un tipico esempio di miopia benintenzionata: i viaggiatori vogliono viaggiare e il mio obiettivo dev’essere migliorare il viaggio, perché una vacanza sia vacanza. Esempi di innovazione nel viaggio sono i voli low cost, le offerte all inclusive, il late checkout e gli upgrade gratuiti: tutto il resto – storytravelling compreso – ti serve a capire come immaginare e inventare un modo di accogliere le persone meglio, in modo leggero e divertente, dando sempre la sensazione che ci sia qualcosa in più di quello per cui hai pagato e soprattutto qualcosa in meno, qualcosa di cui in passato avresti fatto volentieri a meno.

Il medico pietoso

Posted on | December 16, 2013 | 5 Comments

Parliamo spesso, genericamente, di grandi numeri, o, come usa dire, di big data. Quello che fatichiamo a capire quando ne parliamo è che quel “grandi” non è un aggettivo messo lì a caso: i big data sono grandi davvero, non abbiamo mai avuto descrizioni quantitative così enormi dei comportamenti umani. Ne fa un ottimo uso Pinker nel suo “Il declino della violenza” per raccontare un mondo molto diverso dalla nostra percezione immediata, un mondo cioè sempre più pacifico e in cui il rifiuto sociale della violenza cresce, rendendo quindi più facile combatterla (ma anche spaventarsi).

Ne fa un buon uso quotidiano anche un bravo community manager: quel che i numeri dicono di una piattaforma permette di identificare immediatamente e con chiarezza i problemi futuri e le opportunità da coltivare. Un bravo community manager è qualcuno che usa questi dati non solo per fare meglio il suo lavoro quotidiano, ma anche per aiutare i designer a prendere decisioni che non potranno che essere impopolari perché colpiranno, dritto al cuore, proprio quei comportamenti sparsi che, visti tutti insieme, pregiudicano il buon andamento di una piattaforma. Comportamenti che in sé possono non essere sbagliati, ma che lo stanno per diventare, oppure mancanze che fino a un minuto prima erano irrilevanti, ma che stanno per fare la differenza. Credete che sia un caso che Instagram e Twitter si siano precipitate a introdurre o migliorare i messaggi privati?

The future of digital: 2013

La piattaforma con il community manager più bravo nell’uccidere il difetto nella culla è, da sempre, Facebook. Che fossero i troppi lanci di zombie, l’eccesso di app nelle tab, l’effetto giardinetti dei profili privati e oggi l’uso editoriale delle fan page, in Facebook sono bravissimi nell’eliminare via software i comportamenti che pregiudicano il funzionamento complessivo del sistema, fatturato incluso (ma non solo). Ogni volta si incazza un sacco di gente e probabilmente con questo post farò incazzare un sacco di gente anch’io, ma vale la pena di dirlo: una piattaforma di social network non è un distributore gratuito di annunci pubblicitari o lanci stampa. Se non vi piace che ve lo imponga Facebook, lasciamo di nuovo parlare i dati:

According to a Financial Times survey, 91% of businesses report that social media has no real impact on their sales. And Gallup’s 2012 Mobile Retailing Study found that 62% of customers feel that social media has no influence on their purchasing behavior.
(…)
The primary reason current social media strategies don’t work is that businesses approach social media just like they approach traditional media like TV, radio, and print — they advertise. They want to get their message to consumers, so they broadcast it to all available eyes and ears.
Ryan Darby, Ph.D., is a Research Manager at Gallup.

A Facebook non sono simpatici, quindi lo dicono brutalmente (e non da oggi): se vuoi usarmi per fare broadcast, usami come usi tutti gli altri media, compra spazio pubblicitario. Io sono un po’ più piaciona, e provo a dirvelo con gentilezza: il social media marketing non è pubblicare quello che interessa a voi sui social media, non prendetevela con uno strumento se non ve lo lascia fare, anche perché comunque fatto così serve veramente a poco.

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