Mafe de Baggis

una che lavora per rendersi superflua (cfr Alessandra Farabegoli)

[Repost] La fine delle fini

Duole dirlo, perché come molti gli sono assai affezionata, ma il vecchio Holden Caufield aveva preso un grosso granchio con la storia dei libri. È vero che:

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.”

Ma non è Salinger che ti viene voglia di avere come amico una volta finito, è Holden stesso. Io non voglio andare a letto con Stephen King, ma con Roland di Gilead, così come non voglio girare per la Bari notturna con Gianrico Carofiglio, ma con Guido Guerrieri e non voglio conoscere meglio Diego De Silva, ma l’avvocato Malinconico sì, eccome.

Lo scrive anche Sandra Bardotti parlando del nuovo libro “I dispiaceri del vero poliziotto” di Roberto Bolaño:

”Il sogno di ogni vero lettore, allorché, terminato un romanzo, sente nascere in sé una nostalgia acuta per i personaggi che ha appena abbandonato, è che prima o poi gli dicano: ecco un libro in cui ne ritroverai alcuni, di quei personaggi, e ti verranno narrate altre vicende che li riguardano.”

È sempre stato così? Da quando e da quanto tempo gli scrittori si scambiano i personaggi, come fanno per esempio Bret Easton Ellis e Jay McInermey con Alison Poole? Da quando e da quanto tempo gli scrittori soffrono i limiti del numero di pagine per poter costruire la vera storia che hanno in testa e che devono a tutti i costi raccontare, come King che ha aspettato tutta la vita per pubblicare 22/11/63 e mettere insieme IT e Lee Harvey Oswald, Derry e Dallas?

Quando io e Filippo (aka gallizio) diciamo che i cambiamenti nel modo di raccontare le storie sono indifferenti al supporto non vogliamo, come penso che molti credano, difendere quello che sembra essere oggi il nostro supporto preferito (i bit) a scapito del supporto che molti sembrano identificare con la cultura (la carta).

Il nostro modo di raccontare e di immergerci in una storia è già cambiato ed è cambiato offline prima che online, è cambiato ancora prima che nascesse la sola idea di un “online”, perché le uniche tecnologie che adottiamo sono quelle di cui abbiamo sentito il bisogno prima che esistessero. Come scrivevo ne La voce della scrittura digitale, abbiamo cambiato ritmo e scegliamo sempre di più “storie pensate per insinuarsi nelle micropause, dal ritmo e dall’impegno paragonabile ai 45 minuti circa delle puntate dei serial televisivi.”

Scegliamo storie che non finiscano, anzi, storie che non iniziano e non finiscono, come molti videogiochi, come i prequel e i sequel, come le saghe fantasy, come le serie televisive, appunto: mondi in cui entrare e da abitare, da personalizzare e in cui scegliere che ruolo giocare.

Le storie sono sempre state infinite e abbiamo dovuto inventare il ”c’era una volta” e il “the end” perché i mezzi per raccontarle infiniti non erano: non lo era la voce umana, il fuoco intorno al quale raccogliersi, le pergamene, la carta e la pellicola cinematografica.
Una storia – qualunque storia – non può che iniziare omericamente “nel mezzo delle cose”, perché ogni storia ha un prima e un dopo. Più che di finali abbiamo bisogno di climax e anticlimax e le narrazioni contemporanee rispondono a questo bisogno, relegando sempre di più il romanzo classico in una nicchia.

Adesso che abbiamo un medium infinito per natura stiamo imparando da Sherazade a narrare storie che non muoiano (per non morire), storie con cui ci conquistiamo il domani ogni volta che ci entriamo dentro e da cui giocoforza non vogliamo mai uscire, perché come dice Jane McGonigal ”reality is broken” e riscriverla e reinventarla è l’unico modo per sopravvivere al game over, forse l’unica vera religione rimastaci.

(pubblicato un anno fa sul blog di Vanity Fair)

[Repost] La voce della scrittura digitale

Ogni giorno 14 20 milioni di italiani entrano in Facebook e passano la giornata con i loro amici, scrivendo e leggendo; metà di loro lo fa dal cellulare, mentre è in coda, in metropolitana, in riunione, camminando, a tavola con altre persone, in ascensore.
Ci scambiamo migliaia di mail e, nel mondo, vengono pubblicati migliaia di post sui blog e circa 250 400 milioni di tweet. Al giorno.
All’improvviso scriviamo tutti, perché è così che ci si manifesta in rete, perché smartphone e computer sono prima di tutto macchine per scrivere con biblioteca incorporata. Scriviamo tanto, scriviamo male, raccontiamo cose che interessano solo ai nostri cinque amici, però lo facciamo per iscritto. Chi non lo fa è rimproverato di “analfabetismo digitale”, ma il timore è che sia un problema più che altro di afasia o di snobismo, perché il rifiuto di partecipare a una qualunque delle conversazioni pubbliche in corso non ha niente a che fare con la tecnologia.
Li chiamiamo social media perché tali sono: media, per l’appunto, media creati da noi e dai nostri amici e non da professionisti pagati per farlo, che si occupano e continueranno a farlo dei media di massa, pur con tutte le contaminazioni del caso. Twitter, Facebook, i blog personali & co sono media perché pochi scrivono (e pochissimi scrivono cose interessanti) e molti, moltissimi leggono. Ecco perché i dati citati prima, per quanto interessanti, descrivono comunque solo parzialmente quello che sta succedendo, perché ci raccontano quanti scrivono, non quanti leggono. Eppure secondo Forrester Research il 52% degli italiani che usano Internet si definiscono “spettatori” dei social media: sono il pubblico, un pubblico che legge e che si sta abituando a leggere in modo molto diverso dal passato, contribuendo anche solo con un like.
Sappiamo già molto di come sta cambiando la scrittura in rete, in particolare delle sue caratteristiche di oralità secondaria: si scrive spesso come si parla, in una specie di sbobinatura in tempo reale delle conversazioni che un tempo restavamo tra quattro mura. Non è emersa ancora una vera narrativa nativa digitale, ma in tutto il mondo, Italia compresa, si moltiplicano i reading: gli autori emergenti in Rete – Azael, Guido Catalano, Carmine Mangone e il gruppo Barabba – sono voci che portano in giro sul palco le parole nate digitali.
Un interessante ritorno all’antico, a un tempo in cui una storia si viveva con gli occhi e con le orecchie, non leggendola a mente: la si guardava rappresentata in teatro, si ascoltava un narratore o la propria voce che leggeva a sé o agli altri la scriptura continua, senza spazi tra le parole e punteggiatura.
Scriviamo e leggiamo scomodi, di corsa, in piedi, nascondendoci dai colleghi, con continue interruzioni: è per questo che il lettore nativo digitale è un lettore velocissimo, spesso indifferente alla fonte, abituato a combinare a modo suo frammenti brevissimi (i tweet, lo ricordiamo, sono testi di 140 caratteri), a scorrere i grassetti, a mettere insieme informazioni ricevute da amici, colleghi, giornalisti e autori in un pot pourri che da un lato può terrorizzare, dall’altro, assumendo una prospettiva neutra, ci aiuta a immaginare il cambiamento prossimo venturo della cultura e della narrativa, quel cambiamento prefigurato da anni come una combinazione finora inedita di lettura e scrittura.
Chi teme questo cambiamento ignora la storia, perché la storia della lettura non nasce con il libro e certo non finirà con lui: l’artefatto prezioso sono le storie e i mondi che creano, non un insieme di fogli stampati e rilegati perfetti per i ritmi lunghi del secolo scorso. Identificare la narrativa con il libro è un anacronismo: immergersi in una storia prende i connotati del tempo in cui questa nasce, non del supporto su cui finisce.
Troppo occupati a confondere la fine di un mercato con la fine della cultura non ci accorgiamo che quello che ci spaventa non è la fine delle storie, ma un mondo in cui tutte le storie sono online e sta a noi farci strada per trovare e seguire quelle che ci piacciono e, se non le troviamo, scrivere le nostre. Storie pensate per insinuarsi nelle micropause, dal ritmo e dall’impegno paragonabile ai 45 minuti circa delle puntate dei serial televisivi o ai paragrafi corti, cortissimi di molti bestseller.
Jeffrey Eugenides nel suo “La trama del matrimonio” fa dire a un personaggio – il Professor Saunders della Brown University – che il romanzo è stato ucciso dal divorzio: in un mondo in cui una relazione può essere interrotta non c’è più posto non solo per il lieto fine, ma proprio per la parola fine.
Sono i tempi del flusso e del continuo, tempi molto interessanti per chi sa raccontare storie, per gli editori capace di interpretarli e soprattutto per noi che amiamo leggere. E scrivere.

(pubblicato un anno fa sul blog di Vanity Fair)

Libri di carta in fumo

Ho iniziato a fumare a 15 anni e ho smesso a 20, non per scelta, dopo un lungo ricovero. Fumavo tantissimo ma negli anni successivi l’idea di fumare mi faceva ribrezzo, come gusto e come gesto (e, si sa, il gesto conta tanto). Poi una sera, una decina di anni fa, ho ricominciato, ma fumando poco, pochissimo. Due/tre sigarette al giorno, la prima dopo pranzo, una all’aperitivo, una dopo cena. A volte con gli amici ne fumavo un paio in più, mai di più.

Ho preso come un affronto la legge che proibiva il fumo nei ristoranti: ma come, io ero così brava a fumare così poco e mi impedivano di farlo negli unici momenti in cui potevo godermelo? Inaudito! È durata esattamente cinque minuti, le sigarette al giorno sono diventate due e da quattro anni fumo solo da maggio a ottobre, cioè solo quando posso fumare fuori seduta, che se fumi due sigarette al giorno te le vuoi godere, non morire di freddo in piedi su un marciapiede.

Tutti i miei amici fumatori – molti dei quali hanno poi smesso del tutto – erano terrorizzati da questa legge, ma anche loro hanno smesso di lamentarsi nel giro di cinque minuti: era talmente chiaro che fumare nei locali pubblici era un’abitudine tremenda che bastava una spintarella per farlo, fino al punto di smettere di fumare anche nelle cene e nelle feste private, di tacito accordo, o almeno chiedendo il permesso prima di farlo.

Ecco, a me sembra che con gli ebook stia succedendo la stessa cosa. Almeno, a me è successa la stessa cosa: anni a dire “il libro è un’altra cosa” e poi eccomi felice immersa in una storia, con due lettori (un Kindle e un Kobo) entrambi pieni all’inverosimile, come se fosse sempre il mio compleanno. Penso che a breve – dopo Natale – anche in Italia nessuno parlerà più della differenza tra libro di carta e libro digitale e leggeremo tutti felici come siamo più comodi, esattamente come nessuno ha più smesso in discussione la necessità di smettere di fumare nei ristoranti.

Il viaggio inizia online e continua mobile

(Abstract dell’intervento al convegno “Social Media Forum 2012: la rivoluzione continua” durante la fiera Hotel 2012 a Bolzano, 22 ottobre 2012)

Quando inizia un viaggio? Quando nasce il desiderio, quando si chiude la valigia, quando si arriva a destinazione? Internet permette a chiunque lo voglia di esplorare mille destinazioni diverse prima ancora di aver deciso di partire: una sorta di “window shopping” a disposizione in ogni momento, con la possibilità concreta di percorrere le strade di una città, di vedere la via e l’ingresso di un albergo, di verificare le distanze reali e di curiosare nelle recensioni degli altri clienti.

Un mondo di sogni e desideri che viene poi punteggiato di dati, fatti, giudizi, voti: nel momento in cui la decisione di partire e di prenotare si concretizza il sogno diventa un piano vero e proprio e il viaggiatore a occhi aperti li spalanca ancora di più per verificare e prevenire ogni singola pecca, per confrontare metri quadri, prezzi e servizi e per colmare la differenza tra la presentazione di chi propone e le esperienze di chi c’è già stato.

Tutto questo avviene, quasi sempre, seduti a un computer: in una posizione mentale e fisica di attenzione, con la possibilità di prendere appunti, per i più precisi di creare tabelle di confronto. Il sogno, la verifica, la prenotazione: un processo autonomo, al computer, aiutato da siti di servizio come TripIt o Dopplr che tengono traccia dell’itinerario.

E poi si parte e, roaming permettendo, ci portiamo Internet in tasca e continuiamo a usarlo per sognare, confrontare, verificare e sempre più spesso prenotare, in un processo simile ma dal contesto completamente diverso. Siamo in piedi o comunque non seduti a una scrivania, siamo in macchina, in treno, magari stiamo camminando, magari siamo fermi davanti a un museo o a un ristorante, magari stiamo decidendo che fare, dove andare, come adattare i nostri programmi a un cambiamento del meteo, un momento di stanchezza, il desiderio improvviso di qualcosa di diverso.

Le app mobili sono diventate la nostra guida: per orientarci con le mappe, per scegliere con i siti di consigli geolocalizzati, per raccontare sui social media quello che succede, che vediamo, che scopriamo, che viviamo. Qualunque sia l’esigenza del viaggiatore per gli operatori turistici l’importante è imparare a raccontare e a proporre se stessi raccontando una storia, accogliendo, invitando a condividere emozioni e ricordi più che valutazioni e giudizi. A parità di offerta scegliamo chi sentiamo più accogliente e con Internet le possibilità di essere accoglienti a distanza o sul posto aumentano a dismisura.

(lavoro, guadagno) Pago, pretendo

Nel marzo 2001 scrivevo “non si può non fermarsi un attimo a riflettere e chiedersi perché Jim e Dan, come Paolo e Andrea, come Espresso e Mondadori, come Luca e Alberto, dovrebbero regalare il loro lavoro a tutti noi.” (Dude.it, ripubblicato su Punto Informatico)

Sono passati più di dieci anni ma chiedere di pagare per un servizio online – per non parlare dei contenuti – è ancora considerata una pretesa assurda, una violazione di un patto di generosità che ha senso quando è tra persone, non tra persone e aziende che hanno dei costi altissimi per fornire un servizio. Io pago volentieri, quando qualcuno mi vende quello che uso, e non solo perché lo ritengo giusto, ma anche perché, come diceva lo Zampetti “pago, pretendo“.

Pretendo cosa? Beh, i servizi e i contenuti gratis sono forniti “as is”, il che vuol dire che se, come negli ultimi giorni, Gmail fa i capricci tu puoi solo sperare che la sistemino, anche se la usi per lavorare. Vuol dire che se tu con Twitter, Facebook, Storify ci lavori, te li prendi “as is”, e se sono hai un problema non hai grandi speranze di essere aiutato velocemente, correndo rischi continui. Pretendo che se ho un problema qualcuno si incarichi di risolverlo.

Ecco, io di questo sono sempre più convinta, anche se forse è troppo tardi: anche quando paghi e non solo hai un disservizio, ma è un disservizio che crea un danno, le tue speranze di essere aiutato a risolvere il problema sono abbastanza basse. Un’agenzia per cui lavoro ha pubblicato su un notissimo social network professionale un annuncio di recruiting, il cui costo è di 172 euro: per chissà quale bug se tu lo condividi su Facebook l’annuncio viene pubblicato con il logo di un’agenzia concorrente (logo tra l’altro abbastanza sgranato, quindi un danno anche per l’altra agenzia).

Quanto tempo credete ci abbia messo il noto social network a risolvere il problema di un cliente pagante? Un’ora, un minuto, una settimana? No: il problema – segnalato il 3 ottobre – non è stato ancora risolto. È stato preso in carico dopo 72 ore con la classica richiesta di ulteriori dettagli, a cui è seguita una risposta che avvisava che serviva tempo per capire cosa stava succedendo, a cui è seguita una mail di un’agenzia, ma siamo ancora lì e nessuno ha pensato nel frattempo di scusarsi, di comunicare di aver compreso la delicatezza del problema, di restituire i soldi, di mandare dei fiori o che.

Io continuo a pensare che per tenere in piedi Internet così come la conosciamo dobbiamo abituarci a pagare per i servizi che usiamo, ma comincio a chiedermi se chi potrebbe e dovrebbe venderli ha idea di che cosa voglia dire fornire a pagamento un servizio che non può più essere “as is” ma dev’essere professionale davvero (anche quando è fornito in cambio non dei miei soldi ma dei miei dati).

A Torino a parlare di noi

Questa settimana a Torino c’è la Social Media Week e io spero che sia l’ultima, nel senso che sono sempre più convinta che nel giro di cinque minuti capiremo tutti che se vogliamo restare al mondo la prima cosa da fare è accettare che Internet è diventata internet e i social media siamo noi. Non voglio terrorizzare l’organizzazione, già provatissima dai miei capricci: non sto augurando la fine di qualcosa, anzi, al contrario, l’esplicitazione di un approccio già presente nei contenuti, non più guidato dalla tecnologia ma dalle persone.

Parlerò di quanto online e offline, sociale e personale, diretto e mediato, sincrono e asincrono sono sempre più la stessa cosa in tre incontri diversi, in cui cercherò di dire cose diverse con lo stesso linguaggio o la stessa cosa con linguaggi diversi:

  • “Il software umano / L’opera quasi totale. Nuove narrazioni tra tecnologia, arte e architettura.” Social Media Week Torino, 27 settembre 2012 – 14:30
  • “World Wide We o ‘World Wide Me? La rivoluzione delle termiti: il rapporto tra aziende e clienti online”, Social Media Week Torino, 27 settembre 2012
  • “Viaggiare ai tempi dei Social Network”, Social Media Week Torino, 28 settembre 2012

Buona domenica ai positivisti

Oggi per molte persone i social media sono una scatola nera in cui tu inserisci stimolo qualunque e viene fuori quello che vuoi, basta dire #bidibodidibu. E invece

Possiamo anche fregarcene di quello che avviene nella scatola nera, ma pensare che qualsiasi stimolo ti basti per ottenere il risultato che vuoi tu, beh, è troppo anche per l’ingenuità positivista tipica di chi vive ancora nel mondo della pianificazione & controllo. Quei tempi sono finiti e non sono finiti “online” (qualunque cosa “online” voglia dire).

Fate attenzione

Non faccio testo, sono una persona impaziente e bilancio la mia insofferenza elargendo dosi esagerate di beneficio del dubbio. Non faccio testo, sono viziata ed esigente, e bilancio la mia intransigenza prendendomi le colpe quasi di tutto e sorridendo sempre. Non faccio testo e quindi ne sto prendendo atto un po’ troppo tardi, che forse non sono più io, siete voi.

Altro che generazione perduta, qui siamo fottuti tutti, senza distinzione di età, genere, censo e razza. Non sono i ragazzi, non sono gli anziani, non sono le mamme, non sono i maestri, non sono i partiti, non sono gli amministratori, non è la tv, non è internet e neanche i videogiochi: se questo fosse un film scopriremmo che il cattivo di turno ha messo nell’acquedotto una sostanza che ci impedisce di fare bene quello che stiamo facendo adesso, qualunque cosa sia.

Ed è il qualunque cosa sia che mi terrorizza, perché finché non sai fare il caffè pur facendo il barista, finchè non sai sbrigare una pratica anche se sei all’accettazione, finchè non sai se puoi darmi dei soldi pur essendo allo sportello di una banca, finchè non sai fare praticamente nulla di quello che sei pagato per fare e io ti sorrido pure perché dentro di me so di essere una stronza impaziente, ma finché è solo tutto lento, malfatto e faticoso, beh, me ne farei una ragione.

Poi leggi una sciocca notizia di cronaca, di una fabbrica dove hanno mescolato due sostanze chimiche che invece era meglio di no, e beh, allora inizi ad avere paura del serio, perché se sempre meno persone sembrano capaci di pensare a quello che stanno facendo e di portarlo a termine in tempi ragionevoli, e se queste persone guidano una nave da crociera, lavano i bicchieri, controllano il traffico aereo, scrivono software per gestire i nostri soldi, guardano se quell’ingrediente era scaduto, ti dicono di prendere la tal medicina, correggono i compiti di tuo figlio, ecco, non è più solo questione di lentezza e di sorridere invece di sbuffare. Siamo diventati Gotham City e il nostro supereroe si chiama attenzione. Impariamo a fare attenzione: è come per correre, inizi con cinque minuti, ogni giorno aumenti di due, poi vai che neanche te ne accorgi e la città sarà salva.

precari senza orologio

(repost)

C’è un piccolo esercito di persone che, senza dichiarare guerra a nessuno, ha scelto quello che, quando imposto, viene definito precariato. Sono una di loro e lo sono soprattutto perché l’idea di dovermi alzare la mattina per vestirmi e scaraventarmi in un altro posto dove stare per un tot di ore senza poter uscire mi è sempre sembrata strana. Non noiosa, faticosa o pesante: strana. Non vedo niente di male nel vendere il mio tempo, le mie capacità e la mia disponibilità: trovo solo strano doverlo fare in un posto altro, spesso rumoroso e abitato da persone che mai avrei scelto di frequentare e doverlo fare in un tempo preciso, non entro un tempo preciso come sarebbe naturale. Read the rest of this entry »